Oltre la Via della seta

L'ambasciatore cinese a Roma scopre che la propaganda non basta più

Dopo le sanzioni di Pechino contro l'Ue, Li Junhua convocato dalla Farnesina e poi audito in Commissione esteri. Le foto di due anni fa di Xi Jinping a Roma sembrano già sbiadite

Giulia Pompili

Il rappresentante diplomatico della Repubblica popolare cinese è stato ricevuto dalla viceministra Marina Sereni. Poi in collegamento con i parlamentari ha dato una versione tutta sua dell'espressione "diritti umani". 

E’ stata  una giornata piuttosto complicata ieri per l’ambasciatore cinese in Italia, Li Junhua. Dopo la convocazione da parte della Farnesina, arrivata martedì sera, il rappresentante diplomatico della Repubblica popolare ieri mattina si è dovuto recare fino al ministero degli Esteri italiano. Non c’era ad accoglierlo il ministro Luigi Di Maio, che esattamente due anni fa ha firmato con Pechino l’ingresso dell’Italia nella Via della seta – era in missione a Bruxelles. Li Junhua è stato ricevuto invece dalla viceministra Marina Sereni, in quota Pd. Chi c’era racconta al Foglio di un incontro blindato e teso, ma soprattutto “a dir poco brevissimo”. Per la prima volta da almeno due anni l’Italia si è allineata ad altri paesi europei, tra cui Francia, Germania e Belgio, e ha convocato l’ambasciatore cinese in segno di protesta contro le sanzioni imposte dalla Cina a parlamentari, ricercatori e istituzioni dell’Unione europea. Nello scarno comunicato della Farnesina, pubblicato diverse ore dopo l’incontro, l’Italia “conferma il sostegno alle misure adottate dall’Ue e rigetta come inaccettabili le sanzioni cinesi,  che ledono i fondamentali diritti di libertà di espressione, parola, pensiero ed opinione, il cui esercizio è connaturato al pieno dispiegamento della democrazia e dei suoi valori, cui l’Italia e l’Ue si ispirano”. Silenzio sul caso da parte del ministro ma anche  del sottosegretario agli Esteri con delega all’Asia, Manlio Di Stefano, sempre in quota M5s.


Ma la giornata dell’ambasciatore cinese in Italia non era ancora finita. Nel pomeriggio era già prevista  la sua audizione informale alla commissione Esteri della Camera, per parlare della presidenza italiana del G20. Ovviamente si è parlato di tutto tranne che di G20. Alle 14 e 30 l’audizione è iniziata con gli interventi dei deputati, che hanno tirato fuori tutti, dal Pd alla Lega, i temi più sensibili per Pechino: diritti umani, Hong Kong, Xinjiang, Tibet – si sono distinti i commissari del M5s, che, guarda caso, hanno completamente ignorato le notizie di questi giorni, e hanno preferito domandare all’ambasciatore se ci fosse spazio per una cooperazione nell’Artico. “Apprezzo i vostri interventi, in una discussione aperta dobbiamo capirci, essere sinceri e franchi”, ha detto Li Junhua dal suo ufficio dell’ambasciata di via Bruxelles, in collegamento con la Camera. “Molti di voi hanno parlato delle sanzioni dell’Ue verso la Cina contro la violazione dei diritti umani. La Cina ha risposto a quelle sanzioni perché ha ritenuto che fossero ingiuste”. L’ambasciatore fin qui sembrava calmo, ma poi si è scaldato: “Nella tradizione cinese c’è un modo di dire: se io ricevo uno da qualcuno, restituisco dieci, ma c’è anche un altro modo di dire: se qualcuno mi insulta, devo sicuramente rispondere. Credo che tutti voi sappiate chi ha iniziato – a questo punto l’ambasciatore punta l’indice della mano destra verso la telecamera – e chi è stato forzato a reagire”. Questa versione dei fatti è quella accreditata per tutta la propaganda cinese, a cominciare dai portavoce del ministero degli Esteri di Pechino. Qualcuno su Twitter faceva notare: sembra uno di quei mariti che picchia la moglie e dice al giudice che lei lo ha costretto a farlo. Poi un altro grande tema della propaganda cinese contemporanea: tentare di modificare, lentamente, il concetto stesso di “diritti umani”.

 

L’ambasciatore ha detto: “Avete parlato di diritti umani in Cina, in Tibet, a Hong Kong, nello Xinjiang, ma credo che Italia e Cina abbiano un obiettivo comune, ovvero promuovere e tutelare i diritti umani all’interno del proprio territorio nazionale. […] Qual è il diritto umano più importante? E’ il diritto alla vita, il diritto allo sviluppo. E durante questa pandemia quante persone hanno perso la vita? E allora se non si può nemmeno proteggere la vita, possiamo parlare di diritti umani? Se la situazione dei diritti umani in un altro paese è buona o meno non è un ente esterno a poterlo valutare, ma è il popolo di quel paese”. La versione ufficiale di Pechino è che nessuno può permettersi di definire qual è il diritto umano più importante, perché ogni paese ne ha uno prioritario, e come si protegge e “come si realizza nella pratica ognuno lo fa a modo suo”. 


Alla fine, il presidente della Commissione Piero Fassino, in modo del tutto inusuale,  ha risposto al diplomatico: “Signor ambasciatore, non esistono diritti fondamentali che sono validi in un paese e non validi in un altro”. Le fotografie di Xi Jinping a Roma accolto come un imperatore, scattate soltanto due anni fa, sembrano già sbiadire.  

 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.