Uomini della 444esima brigata libica durante un addestramento 

Volevate fare della Libia un “porto sicuro”? Lo sta facendo Erdogan

Luca Gambardella

Mentre il Parlamento vota la fiducia a un governo ad interim, la buona notizia è che le forze speciali libiche sgominano alcune reti dei trafficanti di esseri umani. La cattiva è che queste milizie sono al soldo dei turchi

Oggi la Libia ha compiuto un passo significativo verso l’insediamento di un governo di unità nazionale. Il Parlamento si è riunito a Sirte – città dall’alto significato simbolico perché è qui che si sono attestati gli schieramenti in guerra al momento del cessate il fuoco dello scorso ottobre – e ha votato la fiducia all’esecutivo del premier ad interim Abdulhamid Dbeibeh. “Con questo voto è chiaro che i libici sono una cosa sola”, ha detto il nuovo primo ministro. E Fayez al Serraj, premier del governo di unità nazionale di Tripoli sostenuto dall’Italia, ha dato  disponibilità a farsi da parte per una transizione pacifica. 

 

Il voto di mercoledì è stato celebrato come un successo dalla comunità internazionale, perché è un passaggio cruciale del processo di Berlino, avviato un anno fa fra molte perplessità e che dovrebbe culminare con le elezioni a ridosso di dicembre. Il cammino è ancora lungo e il nuovo governo ad interim è già nato zoppo, con facce nuove su cui però pendono vecchie accuse, prima fra tutte quella della corruzione. E poi ci sono le forze esterne – Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti – convitate di pietra ai colloqui di pace di Ginevra in questi mesi e artefici della frammentazione sul campo. 

 

Le Nazioni Unite e l’Ue inseguono da tempo la prospettiva – da molti considerata utopica – di poter parlare in Libia con un unico interlocutore. “Il clima qui è cambiato – ci dice una fonte diplomatica a Tripoli – e la fiducia al nuovo governo è un aspetto molto importante, che non era scontato”. Uno dei dossier su cui di recente le cancellerie occidentali hanno riscontrato delle novità sorprendenti è quello dell’immigrazione. Due giorni fa, una della miriade di milizie libiche, quella che appartiene alla 444esima brigata, ha assaltato uno dei tanti centri di detenzione dei migranti di Bani Walid, 150 chilometri a sud di Tripoli, e ha liberato una settantina di persone. 

  

Breve premessa. Bani Walid è retta dalla tribù dei Warfalla ed è un punto di transito delle rotte dei trafficanti di uomini. Di fatto è terra di nessuno, contesa dalle milizie e sorvegliata dai mercenari russi. E’ qui che si sviluppa parte del business del traffico di essere umani. I carcerieri registrano dei video che mostrano le sevizie cui sono sottoposti i migranti, poi inviano i filmati ai parenti delle vittime e chiedono denaro in cambio della liberazione dei loro cari. Tornando al raid della 444esima brigata di qualche giorno fa, si è trattato di un’operazione diversa da quelle compiute finora: il loro “ufficio stampa” ha condiviso un filmato che mostra il film dell’incursione, con tanto di telecamere GoPro che mostravano l’incursione in soggettiva, stile videogiochi di guerra, e usando un drone che riprendeva dall’alto la liberazione dei migranti e la cattura dei trafficanti. Un effetto scenico curato nei minimi dettagli, del tutto nuovo per queste operazioni anti trafficanti. Qualcuno pensa che si tratti di un modo per convincere l’occidente che nella “nuova Libia” l’immigrazione è una priorità. 

 

  

Per Jalel Harchaoui, ricercatore del think tank Global Initiative ed esperto di Libia, le cose stanno diversamente: “Siamo nel 2021, non nel 2017. I libici non hanno più bisogno di mandare messaggi all’occidente. Si tratta solo di operazioni per mettere in sicurezza il territorio”. Per farlo, queste milizie si stanno via via emancipando dalle forze occidentali e la storia della 444esima brigata è emblematica perché spiega bene come stanno cambiando le cose sul terreno. “Prima si chiamava Unità 20-20, un corpo d’élite appartenente alla Radaa, le forze speciali di deterrenza. Sono comandati da Mahmoud Hamza, una testa calda di orientamento salafita. Dipendeva direttamente dal ministro dell’Interno Fathi Bashagha. Poi, a giugno 2019, si è fatta notare per avere respinto brillantemente  l’avanzata di Haftar a Tarhuna. Così ha cambiato nome e ora dipende dal ministero della Difesa guidato da Ali Namroush, molto più filoturco rispetto a Bashagha”. Secondo Harchahoui, da allora la brigata ha assistito a una metamorfosi: “I turchi sono stati molto furbi e l’hanno individuata come unità da sostenere, addestrare, armare. Ora è molto più numerosa”. In rete girano le foto di militari turchi che addestrano questa forza speciale durante esercitazioni di tiro, mirando alle sagome di Haftar e del leader di al Qaida  Ayman al Zawahiri. Per non parlare delle armi in dotazione: fucili d’assalto MPT-55 e di precisione JNG-90, entrambi forniti proprio dai turchi.      

                

Se la più efficiente brigata libica dipende dai turchi – che da tempo addestrano anche la Guardia costiera a pilotare le motovedette italiane – allora le operazioni anti trafficanti come quella di Bani Walid assumono un sapore agrodolce per l’Europa e per l’Italia in particolare. Estirpare le reti criminali che gestiscono i flussi migratori e i centri di detenzione dei migranti è una precondizione indispensabile per rendere la Libia “porto sicuro” e legittimare, anche legalmente, quelli che oggi sono invece dei respingimenti illegali. Ma se questo avviene con la firma di Erdogan, scalzandoci dal paese, è segno che qualcosa nella strategia italiana  è andato storto.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it