Quanto serve Philippe a Macron per prepararsi alla rielezione

Paola Peduzzi

La rivalità tra i due è diventata una chiacchiera parecchio seguita nei palazzi francesi. Ma al presidente non conviene molto licenziare il premier

Milano. La macchia bianca sulla barba è diventata il segno distintivo del premier francese, Edouard Philippe, uno dei politici più popolari del paese, candidato al secondo turno delle comunali come sindaco di Le Havre, in Normandia, e possibile vittima del rimpasto di governo che il presidente Emmanuel Macron vuole fare all’inizio di luglio. La macchia bianca è data dalla vitiligine ed è già diventata un simbolo, il simbolo del premier, e a furia di ammonticchiare cose che contraddistinguono Philippe potrebbe essere che Macron se ne abbia a male. Anzi, molti sostengono che il presidente mastichi rabbia e risentimento e gelosia da tempo, da quando Philippe è diventato il volto rassicurante per i francesi in pandemia, pragmatico e popolare, ingombrantissimo. E molti sostengono che Macron abbia già deciso: spera in una vittoria di Philippe a Le Havre così il premier andrà a fare il sindaco – cosa che faceva fino al 2017 – e poi la lontananza farà il resto. Philippe ha detto un paio di giorni fa durante la campagna elettorale a Le Havre – sabato ha celebrato un matrimonio, lunedì ha fatto un dibattito con il suo sfidante, il comunista Jean-Paul Lecoq – che conta di tornare a fare il sindaco “vite”, in fretta, ma in questa velocità sono racchiuse scelte rilevanti, per Philippe e per Macron.

 

La rivalità tra presidente e premier è diventata una chiacchiera parecchio seguita nei palazzi francesi, ci sono commentatori che si divertono a pubblicare i sondaggi di popolarità, solitamente a vantaggio di Philippe. E aggiungono: Macron non accetterà di essere oscurato a lungo. La storia francese è costellata di coabitazioni complicate e di trame più o meno visibili per affossare chi era alleato e che con il tempo – tempo passato insieme – è diventato rivale. Philippe e Macron non fanno eccezione e da quando il premier è diventato il volto – compassionevole e serio e con quella sua espressione addolorata che è spesso sembrata empatia – della pandemia e delle decisioni difficili che la Francia (come tutti) ha dovuto prendere, il chiacchiericcio sulla convivenza impossibile s’è fatto rumoroso. La retorica lirica di Macron contro il piglio rigoroso e con i piedi per terra di Philippe: chi vince? Se si guarda la storia, di solito vince il presidente, ma i consiglieri di Macron fanno sapere che non è in corso “un concorso di bellezza”, che il governo del rimpasto dovrà rappresentare non i capricci dell’Eliseo o di Matignon bensì l’ultima fase del quinquennato, quella che porta alla campagna di rielezione di Macron. Siamo adulti, insomma. La domanda quindi è: Philippe è utile per posizionare il macronismo in modo vincente nel 2022?

 

Philippe è un conservatore cresciuto nell’entourage dell’ex premier Alain Juppé: non aveva votato per Macron al primo turno, nel 2017, lo fece al secondo e fu nominato poi per coprire, come si dice, il lato destro di un movimento centrista che rifiutava le categorie storiche di destra e sinistra. Molti sostengono che non ci sia mai stata complicità tra i due ma un rapporto professionale di fiducia e di collaborazione: durante la pandemia però un gruppo di parlamentari della République en marche si è staccato diventando indipendente e gran parte dei membri della fronda era vicina a Philippe. Da quel momento alcuni marcheurs hanno iniziato a mostrare apertamente perplessità (eufemismo) nei confronti del premier ma il risultato oggi per Macron non è molto vantaggioso. Se dovesse infine licenziare il suo premier, darà l’impressione di essere sulla difensiva, di voler far fuori uno bravo perché teme il confronto, o la competizione. O almeno così penserà “il lato destro” della coalizione macroniana e tutti quelli che considerano l’uberpresidente incapace di gestire convivenze di alcun tipo.

 

Al di là delle questioni personali, c’è la trasformazione del macronismo, che è ben più rilevante perché nel 2022 si prospetta un’altra sfida tra liberali e sovranisti, ma Macron avrà sulle spalle cinque anni di governo in perenne ebollizione sociale: la piazza francese di fatto non si è mai svuotata e molti temono un’ondata ancora più rabbiosa. Macron promette un nuovo, calibrato equilibrismo meno austero e più socialmente orientato, e punta sul tema della presidenza responsabile, che si prende a cuore i problemi dei francesi senza cedere agli estremismi. Philippe incarna questa responsabilità ed è per questo che molti dicono che licenziarlo sarebbe un errore non soltanto per l’effetto che fa sul presidente, ma perché il premier fa da ponte nel macronismo, è scudo e capro espiatorio, ed è utile se costruisci casa per la famiglia allargata (chissà poi quanto sarà larga) dei moderati.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi