Una voglia terribile di Relazioni internazionali

Andrea Ruggeri*

Saremmo tutti più sicuri se gli Stati Uniti e la Cina ci riportassero ad un mondo bipolare? Lo storico Ferguson dice che una nuova guerra fredda tonificherebbe la postura americana. Spunti critici

Ci salverà una nuova guerra fredda? Saremmo tutti più sicuri se gli Stati Uniti e la Cina ci riportassero ad un mondo bipolare? Niall Ferguson in una recente intervista apparsa su Repubblica, Una terribile voglia di guerra fredda”, ha chiaramente risposto positivamente ad entrambi i quesiti. La tesi centrale di Ferguson, storico basato al Hoover Institution, è che una nuova guerra fredda, oggi fra Stati Uniti e Cina, tonificherebbe la postura dagli Usa, dal suo punto di vista rammollitasi, nell’arena internazionale. Inoltre questo nuovo bipolarismo svelerebbe la natura non perfetta della globalizzazione e il volto non pacifico della Cina. Le provocazioni stimolano riflessioni, ma storture logiche e fattuali non si devono far passare.

 

L’assunto di Ferguson è che la guerra fredda, quella storica fra Usa e Ussr, determinò un grande momento di stabilità internazionale e sviluppo economico. Kenneth Waltz, grande padre del Realismo strutturale nelle Relazioni Internazionali, sarebbe d’accordo. Lui ha sempre sostenuto la superiorità, in termini di sicurezza e stabilità, di un’arena internazionale dove la contesa centrale è fra due super potenze.

 

Tuttavia quella sicurezza e quella stabilità erano a discapito di molti per il beneficio di pochi. Guerre civili “per procura”, colpi di stato, repressioni sistematiche e sfruttamento di risorse naturali a svantaggio delle popolazioni locali hanno costellato quel periodo freddo per noi Occidentali, ma bollente per molti altri. La maggior parte delle popolazioni dell’Africa, Asia e America Latina non sarebbero d’accordo con Waltz e Ferguson.

 

Senza dover discutere ulteriormente della fondatezza interpretativa di Ferguson della “vecchia” guerra fredda, vi sono altri punti critici da affrontare: cosa sarebbe una guerra fredda oggi? Sarebbe possibile una bipolarità perfetta? Il grande incomodo che si presenta è il controfattuale di riferimento. Ovvero sono paragonabili questi due periodi?

 

L’analogia storica non regge e il ragionare con analogie storiche può condurre ad errare. La “nuova” guerra fredda non sarebbe come quella “vecchia” se gli Stati Uniti e la Cina aumentassero reciprocamente la loro pressione.

 

Che ruolo avrebbe la Russia? La Russia ha armamenti nucleari ed esercita una costante tattica della pressione su molteplici fronti (dal Baltico, passando per l’Europa orientale, arrivando fino al Mashreq e Maghreb). E con chi si alleerebbero potenze regionali come la Turchia e l’Iran? Sarebbe un dono americano alla Cina? Inoltre, pensare non solo in termini strategici/militari ma anche commerciali/finanziari ci rivela ulteriormente l’arduo paragone fra una passata guerra fredda ed una nuova, così come spera ed auspica Ferguson. Le (inter)dipendenze commerciali e finanziare con la Cina di un possibile fronte americano non sono affatto paragonabili con il periodo “sovietico”.

 

Dunque ecco la fallacia: sostenere che si potrebbe riprodurre oggi quel bipolarismo e quell’equilibro strategico riproducendo i benefits che c’erano nella “vecchia” guerra fredda. Il mondo non è più lo stesso: abbiamo avuto decolonizzazioni, sviluppo di organizzazioni internazionali, intensificazione delle relazioni commerciali e l’emergere di potenze regionali.

 

Ferguson presenta ulteriori evidenti inesattezze. Sostiene che: “a differenza della seconda metà del XX secolo, stavolta il rischio di guerre nucleari o “per procura” è molto basso”. Che il rischio di guerre nucleari sia più basso richiede un’analisi e una discussione ben più vasta: dovremmo, ad esempio, capire che ruolo avrebbe una Nord Corea in uno scenario bipolare. E anche il rischio di guerre “per procura” giudicato basso è discutibile. I dati UCDP ci mostrano che negli ultimi anni abbiamo avuto un vorticoso aumento di guerre civili, paragonabile al picco assoluto degli anni ’90.

 

L’aumento sostanziale è dovuto a guerre civili internazionalizzate dove attori esterni partecipano e sostengono una delle parti in conflitto. Gli Stati Uniti hanno partecipato, se non causato, molte di queste guerre civili internazionalizzate. Come la Russia. Il ruolo dell’Iran in Yemen è centrale, come quello della Turchia in Libia. Se la Cina dovesse confrontarsi in una “nuova” guerra fredda, perché non dovrebbe esercitare anch’essa queste modalità?

Ferguson sostiene anche che “non possiamo lasciare la supremazia tecnologica e di intelligenza artificiale alla Cina.” Ha ragione, non possiamo. Ma non sta accadendo.

 

Non possiamo non vedere che sotto la seta della “Nuova Via della Seta” si nasconde il pugno di ferro cinese. Tuttavia Beckley recentemente, grazie ad un analisi empirica, scrive che la Cina può avere la più grande economia e forza militare del mondo, ma è prima al mondo anche per debito, consumo di risorse, inquinamento, infrastrutture inutili e capacità industriale sprecata, frode scientifica, spesa per la sicurezza interna e diatribe per conflitti di confine”. I fratelli Gilli hanno meticolosamente documentato che non sarà semplice da parte dei cinesi raggiungere la superiorità militare e tecnologica degli Stati Uniti.

  

Ed ecco una delle predizioni centrali di Ferguson: “la nuova Guerra fredda sarà commerciale, strategica, tecnologica, cyber, competitive”. Sostiene non vedremo crisi di Cuba o altri Viet Nam. Tuttavia gli studi più recenti suggeriscono possibili effetti collaterali del cyber-warfare sul mantenere i conflitti freddi. I dubbi d’attribuzione degli attacchi diminuisco la capacità di deterrenza e aumentano l’incertezza sulla propria sicurezza, entrambi architravi dell’equilibro “freddo” della “vecchia” guerra fredda.

  

La predizione “fredda” del conflitto anziché “calda” di Ferguson si basa di più su assunti erronei o afflati di ottimismo invece che argomenti teorici consolidati o analisi empiriche. Un pensiero controfattuale debole ed ignoranza dei risultati empirci della produzione scientifica delle disciplina delle Relazioni Internazionali anziché fornire una provocazione, ci donano un ottimo esempio di come non studiare le relazioni internazionali e predirne le dinamiche.


  

*Andrea Ruggeri è professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e direttore del Centre for International Studies all'Università di Oxford

Di più su questi argomenti: