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Ora l’Oms è furiosa

Pechino non ha condiviso le informazioni cruciali sul virus con l’agenzia dell’Onu. Un’inchiesta Ap

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

3 Giugno 2020 alle 06:00

Ora l’Oms è furiosa

Tedros Adhanom, direttore generale Oms, con il presidente cinese Xi Jinping (foto Naohiko Hatta/Pool Photo via AP, File)

Roma. Per capire come funziona un virus, come si diffonde, come contagia l’essere umano, c’è bisogno della sua sequenza genetica. Ma per più di dieci giorni la Cina non ha diffuso la carta d’identità di quello che avremmo poi chiamato Sars-CoV-2. Una seconda, lunghissima inchiesta giornalistica dell’Associated press, basata su documenti riservati dell’Organizzazione mondiale della sanità, fa luce sulle responsabilità della Cina nella tempestiva comunicazione dei dettagli dell’epidemia, che forse avrebbero potuto aiutare ad avere un’idea più chiara del nemico che stavamo per affrontare.

 

L’inchiesta dell’Ap arriva a pochi giorni dalla decisione, annunciata dal presidente americano Donald Trump, di uscire dall’agenzia della sanità dell’Onu perché “quasi interamente controllata da Pechino”. Per l’Oms vorrebbe dire perdere il maggior donatore, l’America, che finanzia l’agenzia con circa 450 milioni di dollari l’anno.

 

Secondo i documenti visionati dall’Ap, a gennaio, mentre il direttore generale Tedros Adhanom volava a Pechino e la sua agenzia lodava le capacità della Cina nel contenimento, la situazione dentro alla task force costituita per far fronte all’emergenza era molto diversa. La prima settimana di gennaio, per esempio, c’erano state delle lamentele perché Pechino non stava condividendo abbastanza informazioni sull’epidemia a Wuhan, omettendo numero di contagiati e soprattutto la sequenza genetica del virus. “I funzionari dell’Oms hanno discusso su come fare pressioni per ottenere quei dati senza urtare la Cina, perché erano preoccupati di poter perdere definitivamente l’accesso alle informazioni”, scrive l’Ap. All’inizio di gennaio più di un laboratorio privato in Cina possedeva la sequenza del virus. Il 2 gennaio perfino Shi Zhengli, la “bat woman”, una delle virologhe più famose del mondo e direttrice del laboratorio sui coronavirus di Wuhan, aveva decodificato il virus che si stava diffondendo nella città. Il Centro per il controllo delle malattie di Pechino, però, ha aspettato ufficialmente “per delle verifiche” fino al 12 gennaio prima di pubblicare i dettagli del nuovo virus. Le lodi dell’Oms nei confronti della Cina erano quindi un tentativo estremo di accedere alle informazioni, ma, come fa notare l’Ap, l’immagine dell’Oms a distanza di mesi è quella di un’agenzia con pochissimi poteri e molte responsabilità, in balìa dei capricci di uno stato autoritario.

 

A metà aprile sempre l’Ap aveva pubblicato un’inchiesta basata su alcuni documenti interni di Pechino nel quale emergevano le responsabilità dei vertici del governo centrale cinese nel ritardo di alcune comunicazioni: dal 14 al 20 gennaio le autorità cinesi, pur riconoscendo di essere di fronte a una minaccia “simile alla Sars”, non hanno comunicato sufficienti dettagli. Solo il 20 gennaio è stata ufficializzata la trasmissione da uomo a uomo del Covid.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    03 Giugno 2020 - 19:23

    E dunque Trump aveva ragione. Ma l'OMS credo accusi la Cina per riavere i miliardi americani...

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