Israele, le due anime e il nuovo governo. Una chiacchierata con Assaf Gavron

Chiara Clausi

Lo scrittore racconta i suoi dubbi sul deal of the century di Trump e come si può imparare la convivenza, anche attraverso un videogioco

Al mattino Tel Aviv è accarezzata dal sole e la sua luce bianca fa brillare il cielo e le fronde degli alberi lungo King George Street. E’ un susseguirsi di negozietti e caffè come il Little Prince bookstore, dove si trovano libri usati in ebraico e inglese. Henry Miller, Amos Oz, Ken Follett, Etgar Keret. Più avanti il Carmel market è un tripudio di colori, verdure, frutta, abiti, spezie, mandorle, noci, datteri. Poco distante si incrocia Marshall Street, quartiere residenziale di villette e giardini nel cuore della città. Platani e pini percorrono la lunga stradina stretta e appartata, e non c’è nessuna macchina a disturbare l’isola di pace, una bolla fuori dal tempo. E’ al Caffè Louis che ci aspetta lo scrittore israeliano Assaf Gavron. “Tel Aviv è il mio linguaggio, la mia vita, la mia cultura, il suo cibo mi appartiene, è la mia speranza – esordisce – Ho vissuto a Londra, negli Stati Uniti, a Vancouver, a Berlino, ho il passaporto inglese, ma soltanto qui mi sento a casa”.

 


(Assaf Gavron)


 

Ma Israele ha molte anime. “Lo spirito pionieristico è stato essenziale per creare lo stato. I miei genitori sono emigrati dalla Gran Bretagna, hanno vissuto in un kibbutz nel deserto di Arad. Però ora siamo oltre. Israele ha una grande economia, è una forza militare. E’ liberale, occidentale, aperta”. Ma c’è anche un’altra realtà. “La West Bank, selvaggia, una nuova frontiera. Come negli Stati Uniti quando i bianchi occupavano la terra degli indiani. Una terra senza legge, dove rischi tutti i giorni di essere ammazzato”.

 

E al centro di questi due mondi opposti c’è Gerusalemme, che ogni israeliano “porta con sé ovunque vada”. “Incroci la storia ovunque, ma è una città impossibile per la tensione tra gli arabi e gli ultrareligiosi. E’ divisa, contraddittoria, è una città assurda”. Come le ultime elezioni, che ancora una volta hanno diviso il paese e hanno portato a un governo di unità nazionale. Gerusalemme conservatrice per Benjamin Netanyahu e Tel Aviv liberal più vicina a Benny Gantz. Ma Gavron non è ottimista. “L’idea di un governo di coalizione a causa dell’emergenza coronavirus non è una cattiva idea, anche se è partorita da ragioni non pure, ma opportunistiche”. Questo nuovo governo di cui Netanyahu sarà premier per diciotto mesi e poi toccherà a Gantz prendere la guida del paese, dovrà affrontare la questione del piano di pace americano, che per Gavron è “ridicolo, è fondamentalmente il piano ‘israeliano’ e impossibile da implementare”.

  

Il deal of the century è un accordo irrealizzabile, per lo scrittore, e forse serve più fantasia per superare le divisioni. Per questo Gavron è anche tra gli ideatori del video game “Peacemaker”. “Ogni giocatore può essere una parte: israeliana o palestinese, gli Stati Uniti o i terroristi. Il messaggio è che siamo in un conflitto complesso e per risolverlo dobbiamo guardare a tutte le parti in gioco con gli occhi dell’altro”. E’ noto infatti il piacere tutto ebraico per la disputa e lo humor. “Abbiamo molti detti e barzellette sulle nostre divisioni, per esempio: se ci sono due ebrei nel deserto è sicuro che ci saranno almeno due sinagoghe – ricorda Gavron divertito –. Oppure, dove vivono due ebrei ci saranno almeno tre opinioni. E dove ci saranno tre di loro, Dio ci salvi!”.

  

Questo è lo spirito di Israele e ne fa un mondo poliedrico. “Io combatto contro ogni semplificazione, sono contro il bianco e il nero, contro chi chiude gli occhi di fronte a chi ha idee opposte alle proprie”. E’ un grande pericolo una visione ultrareligiosa. “Sono contro chi pensa di essere sempre dalla parte giusta. Amo la mia cultura, ma sono contro ogni fanatismo”. Poi ricorda un altro proverbio ebraico: gli occhi vedono e le orecchie sentono e tutte le azioni sono segnate. “Significa tutto è registrato da Dio e lui decide su tutto, cosa decidono le persone invece non ha alcuna importanza. E’ un’idea molto pericolosa”.

  

Ma Gavron non è solo uno scrittore, è una personalità sorprendente. Da 30 anni fa parte della band Mouth and Foot con due amici. “Nei testi parlo di amore, politica, ci sono pezzi divertenti con molti nonsense e humor, è un lavoro creativo interessante perché è fatto con la collaborazione di altre persone”. Ma la sua grande passione è la letteratura. “Io non voglio insegnare nulla con i miei libri, scrivo per capire. Non pretendo di conoscere il futuro anche quando scrivo di mondi possibili, vorrei far riflettere i lettori su dove stiamo andando. Nel mio libro Idromania affronto il problema dell’approvvigionamento dell’acqua così importante per Israele, al centro di molti conflitti con i palestinesi. Cosa ci sarà quando gli Stati Uniti non saranno così potenti e la Cina diventerà sempre più pervasiva? Mi chiedo”.

  

Poi Gavron rivela il suo amore per Philip Roth. “I suoi libri sono pieni di humor ebraico, mentre penso che Jonathan Safran Foer abbia del talento, ma non lo sento vicino, nel suo libro Eccomi trovo che non abbia saputo raccontare bene Israele, forse perché più vicino alla cultura ebraica americana”. Ora è impegnato in due nuovi lavori. “Una storia su una possibile realtà post-capitalista e una serie tv storica sul ’47”. Poi parla di sé. “Sono simile ad un pastore che espande i suoi orizzonti, ama viaggiare, imparare tutti i giorni. Ma ho voglia anche di stare nel mio angolo con le persone che mi piacciono”. E cosa vede nel futuro? “La storia è sostanzialmente un progresso. Spero che il mondo diventi un posto in cui anche persone che non si amano possano finalmente vivere insieme”.

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