Donald Trump (LaPresse)

Opporre all'uomo forte una coalizione di liberi e forti

Giuliano Ferrara

Idea pazza ma geniale di Friedman contro Trump: il team of rivals per il dopo primarie

Tom Friedman ha trovato sul Times la nuova formula dell’uovo di Colombo per liquidare Trump e assicurare (si spera) agli Stati Uniti un presidente che non sia il comico, minaccioso, efficace ludibrio della storia che da quattro anni conosciamo. I candidati democratici alle primarie si stanno variamente sputacchiando in faccia nei debates, e alla fine si può anche pensare che a resistere o a prevalere siano il billionaire e il socialista (Bloomberg e/o Sanders). Dice Friedman: chiunque sia il prescelto, deve fare un ticket (presidente e vice) con un moderato se è il socialista o con un socialista se è moderato, e per sovrammercato deve promettere solennemente un team of rivals, cosa mai successa fino a ora, componendo in un supergoverno di svolta e trasformazione tutti i capi delle diverse anime democratiche ora in competizione (Sanders al Tesoro, Biden al Dipartimento di stato, il sindaco Buttigieg alla Sicurezza interna, la Warren alla Sanità eccetera, e ciliegia sulla torta sarebbe al Pentagono Bill McRaven, l’ammiraglio che ha sputtanato Trump nel momento in cui questi ha licenziato il capo dell’Intelligence Joe Maguire per aver egli detto la verità sulle trame di Putin che ficca il naso nel processo elettorale). Idea pazza ma geniale, il team of rivals.

   

Come si dice in angloamericano trasformismo? “Transformism” sa di biologico, ha una sfumatura compatibile con il darwinismo “evoluzionista” e con il mondo virologicamente corretto in cui da due mesi viviamo (non solo a Codogno dove geme il più grande scrittore italiano di molte spanne, Maurizio Milani). L’espressione equivalente indicata nei vocabolari, per esempio il Sansoni, è “shifting alliances”, che può versare nell’ambiguità del voltar gabbana ma anche, ci si assicura, nel “metodo per cambiare alleanze per garantire la stabilità di governo e politiche funzionali”. Ci siamo: è l’universalizzazione del metodo Giuseppi, una nuova prova machiavellica dell’italianità della politica per ogni dove dal Cinquecento a oggi.

  

Infatti è vero o almeno verosimile che gli americani una maggioranza presidenziale a un riccone scostante e spiritoso o a un socialista affabulatore e enfatico-castrista non la daranno tanto facilmente. Mentre per Friedman una vittoria addirittura a valanga sarebbe assicurata dalla composizione delle differenze in una alleanza strategica o unità nazionale di quelle care a un Dario Franceschini o a un Giancarlo Giorgetti, su diverse sponde. Se preferite il linguaggio moroteo, le convergenze parallele. Ci vuole un candidato-presidente che riassuma e raduni il meglio del meglio di tutti coloro che esprimono una voce seria nella campagna delle primarie, e guidano frazioni dell’opinione pubblica che si attendono di essere rappresentate, e tutto nel segno dell’univoca tendenza unificante a liberarsi di quel botolo ringhioso o Grande fratello che fa ridere e piangere da mane a sera.

  

Chissà che cosa ne diranno altri politologi e se alla fine l’uovo di Friedman sarà capace di reggersi in piedi, grazie a una ammaccatura procuratagli alla base. Ma una logica c’è. Trump esercita dentro e fuori della Costituzione americana i pieni poteri della prepotenza e della comunicazione vanagloriosa; con la fine ingloriosa del Partito repubblicano, ridotto al culto della personalità di un fanfarone, non esiste più alcun bilanciamento; l’Arancione vive in un alone di efficacia del potere, proprio come il suo sponsor Putin, che fa a pugni, e non solo metodologicamente ma anche sostanzialmente, con le procedure e il significato di una democrazia liberale; non è universalmente popolare ma la controspinta che il suo populismo nazionalista genera nel campo avverso è tale da imporre una bipolarizzazione malata, a lui favorevole, che divide l’elettorato a lui fieramente ostile. A costo di inventarsi una formula di fantasia trasformista, occorre secondo Friedman rovesciare la sua logica opponendo all’uomo forte una coalizione di liberi e forti. Magari ha ragione.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.