Caracas si risveglia e assomiglia a Shanghai

Giuliano Ferrara

Sorpresa in Venezuela. Maduro è sempre lì a parlare di socialismo: la politica non è cambiata, è cambiata l’economia. Grazie alle sanzioni e a una “dollarizzazione” galoppante, un’esca per la ripresa

Caracas modello di socialismo tropicale fallito nella miseria universale galoppante, con la gente disperata a fare barricate nelle strade e a frugare in frigoriferi vuoti in preda alla penuria e alla fame e al blackout? C’è voluto poco, alcuni mesi, per rovesciare la lettura di un paese allo sbando che adesso, ecco la nuova diagnosi di economisti esperti vari e venezuelani d’ogni tendenza, comincia a assomigliare a una “Cina tropicale”, con i mall pieni di consumatori e un flusso ingente di investimenti privati in dollari che finanzia la ripresa di commercio e produzione del petrolio. Che cosa è successo? Maduro è fuggito a Cuba, Guaidó il portavoce degli americani è al potere? No. Maduro, l’erede di Chávez, è sempre lì, più forte di ieri a quanto pare, che parla di socialismo e danna le forze oscure del capitalismo internazionale. Guaidó annaspa con il sostegno zoppicante di Trump e l’avversione dei russi, sostenitori del regime. La politica non è cambiata, è cambiata l’economia. Malgrado le pesanti sanzioni occidentali? No, a causa delle sanzioni.

 

Sono cose che fanno girare la testa. Eppure spiegabili. Maduro la chiama “dollarizzazione”, secondo il New York Times, e la approva. Per evitare di essere sbattuti fuori dal palazzo militarizzato del potere, i caudillos di Caracas hanno smesso nello spazio di un mattino di predicare la redistribuzione generale, il controllo degli investimenti e dei capitali, la fissazione statale dei prezzi, la nazionalizzazione dell’industria del petrolio eccetera. Erano scappati disperati tre milioni di cittadini. Non ce la facevano più, la situazione era ogni giorno a un nuovo punto di rottura. E le sanzioni, minacciando di strangolare il sistema e la società, hanno obbligato la oligarchia cleptosocialista a difendersi iniettando al paese il virus dell’aborrito capitalismo, continuando retoricamente a fingersi all’inseguimento di domani che cantano e della lotta ai gringos, ma all’ombra appunto della dollarizzazione.

 

Non sono un esperto della società venezuelana ma leggo che i fuggiaschi della povertà non sono rientrati eppure finanziano con le loro rimesse in dollari, ora che la moneta nazionale è spacciata e virtualmente abrogata, una parte notevole del popolo restato nei confini e sofferente. E la deregolamentazione ha reso possibile per i poveri quel sollievo parziale costituito dal rientro efficace di capitali espressi nella moneta che va e acquista e genera ricchezza o la riflette, mentre per la classe media e per i benestanti il fenomeno, cioè l’esplosione improvvisa e drastica di un elemento di capitalismo e di libero investimento e commercio nel socialismo più pezzente e autoritario e statalista dell’America Latina, fa addirittura miracoli.

 

Si sono rivisti concerti a 70 dollari per ingresso, e rigurgitanti di folla; i centri commerciali sono di nuovo pieni in città, e la gente compra anche il lusso; il petrolio ricomincia a far girare la ricchezza, perché sono stati sbloccati gli investimenti privati fino a ieri proibiti; e, più in generale, si assiste al fenomeno del ricasco da spesa e investimento delle famiglie e delle aziende anche perché quei soldi, quei dollari, non possono emigrare per via delle sanzioni e dunque devono essere consumati in casa a finanziare l’economia e l’export che è in ripresa netta. Il Venezuela, intendiamoci, è sempre il Venezuela, tutto è precario, le sacche di fame e miseria sono in parte superate anche per l’emigrazione forzata e massiccia, ma la povertà di periferie e distretti rurali è ancora agghiacciante e dipendente da programmi di sussidio nella moneta nazionale che hanno molto di penoso e di insufficiente, e se la ricchezza nazionale era stata scremata per due terzi dal socialismo chavista, fenomeno unico nella storia a parte le situazioni economiche di guerra, ancora adesso il pil tende a cadere con bella andatura del dieci per cento annuo.

 

Però per effetto delle sanzioni e del bisogno politico di sopravvivenza di un ceto al comando che non aveva alternative, improvvisamente si scopre, in un paese distrutto dalle pretese predicatorie di eguaglianza e di controllo statale sulla vita sociale (fenomeni associati come di consueto all’esercizio di un potere puramente predatorio), al risorgimento consumistico della classe media, con il suo bravo top dell’1 per cento, e dunque alla nuova capacità di creare ricchezza e in parte di redistribuirla, ovviamente nella diseguaglianza crescente. Così la dollarizzazione galoppante del Venezuela, fulminea come una dimostrazione algebrica, dovrebbe essere studiata nelle sale fumose in cui si discute come iniettare un po’ di socialismo nella società americana intesa come Stati Uniti o si condanna il “dilagare sfrenato del neoliberismo” che a quanto pare funziona, almeno come tampone di una crisi d’emergenza da eguagliamento di stato e come esca per la ripresa, perfino nelle mani dell’autista di Chávez e dei suoi generali rapaci, e grazie alle sanzioni.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.