Un anno di Juan Guaidó

Maurizio Stefanini

Il leader dell'opposizione è partito per un tour fra Davos e Bruxelles per chiedere agli europei di non lasciare il Venezuela da solo

A un anno esatto di distanza dalla sua proclamazione come presidente ad interim del Venezuela in un Cabildo Abierto, Juan Guaidò ha parlato al Forum di Davos per chiedere aiuto: “Da soli non ce la facciamo”, ha detto.

 

 

Oltre una cinquantina di paesi lo riconoscono come il legittimo capo dello stato, ma quella che lui ha definito “brutale persecuzione” ha impedito ogni passo avanti sul fronte interno. “Mentre sono qui, alcuni deputati vengono sequestrati, incarcerati”, ha denunciato. Il riferimento è a Ismael León: deputato dell’opposizione che è stato arrestato martedì dalle famigerate Forze Speciali (Faes) della Polizia, senza mandato e senza rispettare l’immunità parlamentare. Quelle stesse Faes che sono state denunciate come principali responsabili per le oltre 5000 uccisioni extragiudiziarie che vengono perpetrate ogni anno in Venezuela: 5.287 nel 2018 secondo la denuncia Onu presentata nel Rapporto Bachelet; 5263 nel 2019 secondo un rapporto della Ong Osservatorio Venezuelano della Violenza. Quelle stesse Faes che lo stesso Pino Arlacchi, pur investito dal governo di Maduro di un incarico ufficiale, ha ammesso in una intervista col Foglio che “andrebbero sciolte”.

  

In questo momento León sarebbe detenuto all’Helicoide: la sede del Servizio Bolivariano di Intelligenza (Sebin), dove avvengono torture e uccisioni extragiudiziali. È il terzo deputato attualmente in carcere assieme a Juan Requesens, detenuto da 16 mesi, e a Gilber Caro, in prigione da un mese. E altri 35 deputati sono stati costretti in esilio. León è stato arrestato mentre si recava in un luogo alternativo scelto dai deputati per tenere una seduta. Dopo un braccio di ferro che aveva visto la maggioranza dell’Assemblea Nazionale prima esautorata con un colpo di mano del regime e poi riguadagnare l’aula con un contro-blitz, Maduro sembra aver chiuso definitivamente l’ingresso all’edificio con un forte sbarramento armato, arrivando nel contempo a mandare squadre paramilitare a sparare contro i deputati per dissuaderli”.

  

 

Osservatori internazionali considerano ormai sempre più verosimile lo scenario in base al quale il “recupero” del Legislativo sia stato “consigliato” a Maduro da Putin, per dare tutti i piani di legalità formale a un progetto di passaggio della società petrolifera di stato Pdvsa sotto il controllo di Rofsnet e Gazprom. Maduro nel contempo ha perfino ammesso che ormai l’ambasciatore cubano partecipa stabilmente a tutte le riunioni del governo. E ha offerto trattative dirette a Trump, attraverso una intervista al Washington Post.

  

Il tour di Guaidó 

Guaidó ha risposto alla sfida iniziando un ambizioso tour internazionale, malgrado il governo gli abbia tolto il permesso di espatriare. Nella prima tappa lunedì si è riunito a Bogotá con Pompeo, con il presidente colombiano Duque e con i rappresentanti di 18 governi dell’Emisfero. E lì ha denunciato la collisione del regime con gruppi terroristi: dall’Eln colombiano a Hezbollah. Poi è andato a Londra, dove si è visto con Boris Johnson e con il ministro degli Esteri Dominc Raab. “Il Regno Unito sarà un socio fondamentale per i venezuelani”, ha promesso Johnson, mentre Raab manifestava “orrore” per gli attacchi di Maduro alla democrazia.

  

È venuto in seguito a Bruxelles, dove si è visto con Josep Borrell, che gli ha ribadito come l’Unione Europea considera lui “presidente legittimo” e l’Assemblea Nazionale “unico organo eletto democraticamente”. Guaidó ha incontrato anche il vicepresidente della Commissione Europea Margaritis Schinas, il vicepresidente del Parlamento Europeo Dita Charanzova e anche gli eurodeputati spagnoli di Pp, Psoe, Ciudadanos e Vox. Non quelli di Unidos Podemos, che hanno rifiutato anche di partecipare alla conferenza stampa successiva.

  

A Bruxelles Guaidó ha anche incontrato Tajani, che ha stigmatizzato la posizione “tentennante” del governo italiano. “Il Movimento 5 Stelle non può continuare a condizionare le scelte della presidenza del Consiglio. Serve un chiaro e netto posizionamento del governo italiano in difesa della democrazia in Venezuela”, ha detto.

 

   

Dopo Davos domani è atteso a Madrid, dove si vedrà con il ministro degli Esteri Arancha González Laya: non con il primo ministro Sánchez, che dipende dall’appoggio di Podemos. A Madrid assisterà anche a una manifestazione di esuli. Guaidó a Davos ha appunto ricordato le ultime rocambolesche persecuzioni. “Non ci fermeranno. Se dovremo saltare muri, come è toccato a noi deputati, lo faremo”. Ma a spiegato che di fronte a un “conglomerato internazionale criminale” è necessario che “Europa, Gruppo di Lima, Stati Uniti” intervengano per “assicurare una elezione libera, reale, trasparente”. “Tenterò di rientrare a Caracas”, ha promesso a Bruxelles. Ma ha previsto: “Sarà una missione rischiosa”.