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Ma la Cina non spia solo con la tecnologia. Gli infiltrati e la strategia

Giulia Pompili

E’ ormai opinione comune che gli sforzi cinesi nel raccogliere informazioni siano raddoppiati negli ultimi anni, specialmente dalla riforma dell’intelligence del 2016 e dalla riorganizzazione del ministero della Sicurezza di stato

Roma. Kevin P. Mallory, un contractor della Cia e dell’Agenzia per la Difesa americana, è stato condannato venerdì a vent’anni di carcere per aver venduto segreti ai cinesi. Non si tratta di una storia vecchia: Mallory è stato reclutato nel 2017, contattato tramite il social network per il lavoro, LinkedIn, dall’Accademia delle scienze sociali di Shanghai. Secondo i giudici americani, Mallory ha fatto un paio di viaggi in Cina, qui i funzionari cinesi gli hanno consegnato un cellulare per le comunicazioni e lui avrebbe consegnato due diversi documenti in cambio di – in totale – venticinquemila dollari. Poi il veterano dell’esercito americano si sarebbe pentito, e avrebbe raccontato tutto alla Cia: voleva dimostrare la capacità di reclutamento dei cinesi, hanno detto i suoi difensori, e infatti a Pechino aveva consegnato solo documenti “non sensibili”. Il giudice T.S. Ellis III non gli ha dato ragione, ha classificato i documenti “segreti” e ha ritenuto gravi i messaggi di Mallory letti nella chat, per esempio: “Il vostro obiettivo è avere informazioni, il mio obiettivo è essere pagato”. Ellis, lo stesso giudice che ha condannato a marzo Paul Manafort, ha detto nella sentenza di aver dato vent’anni a Mallory per mandare un messaggio: “Se decidi di flirtare con un altro paese e dare informazioni a un altro paese, allora hai deciso di commettere un crimine”. Negli ultimi anni sono tre gli ex membri dell’intelligence americana a essere stati accusati di spiare per la Cina.

 

La capacità di Pechino di raccogliere informazioni non passa soltanto dalle strutture tecnologiche. Da anni ormai il resto del mondo ha avuto prova della capacità cinese nello human intelligence, che si esercita non solo con i professionisti in missione – magari sotto copertura – ma anche con il reclutamento di personale straniero. E’ ormai opinione comune che gli sforzi cinesi nel raccogliere informazioni siano raddoppiati negli ultimi anni, specialmente dalla riforma dell’intelligence del 2016 e dalla riorganizzazione del ministero della Sicurezza di stato che si occupa di spionaggio sia interno sia all’estero. Chris Johnson, a capo degli Studi cinesi al Center for strategic and international studies, ha spiegato tempo fa ad Axios che “adesso l’agenda cinese inizia a imitare quella delle tradizionali forze di intelligence come America e Russia. Ed è sempre più alla ricerca di informazioni per scopi politici, non solo per motivi economici”.

 

Ovviamente, l’approccio di regimi autoritari come quello cinese e quello russo è diverso, perché a qualunque cittadino che viaggi all’estero, per esempio, può essere richiesto di collaborare con le agenzie o il governo. Le strategie di Cina e Russia però sono diverse: i russi cercano sostegno sul breve termine, ha spiegato Rory Medcalf, capo della facoltà di Sicurezza nazionale alla Australian National University. Il reclutamento cinese invece si basa sull’invisibilità e soprattutto sul futuro: l’obiettivo è quello di avere sempre più voci amiche nei paesi stranieri, “ed è un gioco a lungo termine. Si tratta di coltivare individui, non per usarli nell’immediato, ma per sostenere i propri interessi” quando se ne ha bisogno. Lo scorso ottobre Duncan Lewis, capo dell’intelligence australiana, aveva detto al Parlamento che lo spionaggio cinese era una minaccia particolarmente allarmante, e ieri il New York Times titolava proprio sull’Australia come “esempio globale” della nuova influenza cinese nel mondo.

 

Abbiamo vari esempi, anche fuori dall’America. Se un governo è considerato particolarmente amico, è più difficile scoprire gli agenti che lavorano per Pechino: è il caso dello Sri Lanka, dove l’ex capo dello spionaggio militare, Kapila Hendawitharana, è stato arrestato perché lavorava per Pechino. Dopo l’attacco di Pasqua stava cercando di impedire alle agenzie d’intelligence straniere di partecipare alle indagini. In Europa le cose non vanno meglio. Oltre ai cyberattacchi, all’inizio dell’anno il foreign service di Bruxelles ha pubblicato un report nel quale segnalava la presenza nella capitale europea di “almeno 250 spie cinesi” sotto copertura. A gennaio la Polonia ha arrestato due persone accusate di spiare per i cinesi, e qualche mese prima il Figaro aveva pubblicato una lunga inchiesta, basata sulle indagini dell’intelligence parigina, su come i servizi segreti cinesi stavano utilizzando i social network per reclutare fonti all’interno delle istituzioni francesi.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.