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I gialloverdi, il Venezuela e la crisi in ambasciata

Il diplomatico di Maduro in Italia rinuncia all’incarico. Ora sia il regime sia Guaidó potrebbero designarne un altro. Quale dei due sarà accolto dal governo italiano diviso?

21 Maggio 2019 alle 18:03

I gialloverdi, il Venezuela e la crisi in ambasciata

l'ambasciatore venezuelano Julian Isaias Rodriguez a Roma per una manifestazione pro Maduro (foto LaPresse)

L’ambasciatore del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez, si è dimesso in protesta con la scelta di Maduro di mettere soldi nel Padiglione del Venezuela alla Biennale di Venezia piuttosto che impiegarli per saldare quattro mesi di arretrati di affitti e stipendi delle ambasciate presso Repubblica Italiana, Santa Sede e Fao e dei consolati di Milano e Napoli. È questa la chiave che in Venezuela viene data per spiegare la lettera di rinuncia dell'ambasciatore che è stata resa nota attraverso i social.

 

Classe 1942, avvocato del lavoro, nel Venezuela pre-chavista, Rodríguez era un esponente del Movimento elettorale del popolo (Mep), un partitino di sinistra radical-trasformista che si è poi allineato col regime chavista. Quando entrò in vigore la nuova Costituzione nel 2000 fu addirittura il primo vicepresidente di Chávez, e poi fino al 2007 procuratore generale. In seguito ambasciatore a Roma nel 2017 si era però fatto eleggere lo stesso all’Assemblea Costituente voluta da Maduro per esautorare l’Assemblea nazionale in mano all’opposizione, e nell'estate del 2017 era stato secondo vicepresidente dell’organismo, prima di dedicarsi di nuovo all’incarico italiano.

 

L'ultima intervista del deputato venezuelano che si è rifugiato nell'ambasciata italiana a Caracas

Américo De Grazia stava indagando sulle possibili correlazioni tra traffici illeciti del regime e finanziamenti a forze straniere: “C'è sicuramente non conoscenza dei fatti, in molta gente che parla di Venezuela. Ma forse c'è anche complicità in affari” 

 

Insomma, Rodríguez è un gerarca di primo piano, ma a volte è sembrato a disagio nel ruolo del difensore di cose indifendibili, come ha detto anche al Foglio). Nella lettera di rinuncia ci sono alcuni passi che sembrano marcare una presa di distanza. “Non ne posso più! Si è mancato di rispetta alla Ambasciata in cui la rappresento, e ho 77 anni”, “sappia, presidente, che il suo popolo non solo è incorruttibile ma anche difficile da abbindolare. Molto al di là dei partiti questo popolo è una grande famiglia che deve superare l’odio”.

 

Al contempo Julián Isaías Rodríguez manifesta però a Maduro “immenso rispetto per questa battaglia degna e valente che ha condotto contro l’impero declinante”, e dà colpa alle sanzioni per la situazione di ristrettezza economica che non solo ha fatto arrivare all’ambasciata un avviso di sfratto per morosità ma gli avrebbe creato difficoltà personali. “Me ne vado (dalla carica) senza rancore e senza denaro. Mia moglie ha appena venduto i gioielli che le aveva regalato il suo ex-marito per poterci mantenere di fronte al blocco statunitense”. “Sto tentando di rivendere il veicolo che avevo comprato nel venire all’ambasciata e, come lei sa, non ho conto in banca, perché i gringos mi hanno sanzionato e la banca italiana mi ha cacciato dalla sua clientela”.

 

Queste frasi sono state riportate da vari media in chiave di protesta contro l’”imperialismo”. Però c’è subito dopo: “Ma quando morirò sapranno esattamente quale patrimonio lascio ai miei figli. Conserverò i ricordi che ho di lei in una cassa con palline di naftalina”. E ancora: “con fede assoluta mi sono afferrato al chavismo, come una tavola in questo oceano di contraddizioni che circonda il suo governo. Sono arrivato, tuttavia, a comprendere definitivamente che non posso trasformare l’acqua in vino, né resuscitare i morti. Molti dei suoi discepoli hanno molto poco di apostoli, ed è quando tutti ci domandiamo se è la Chiesa o Dio che sta venendo meno”.

 

Conclusa la vicenda Rodríguez ora il problema è tutto italiano: chi arriverà in sostituzione, e soprattutto, da chi sarà designato? Lo scontro tra il dittatore del Venezuela Maduro e Juan Guaidó rispecchia la frattura nel governo italiano: un ministro degli Esteri e un sottosegretario stanno con Guaidó, un altro sottosegretario la pensa in modo diverso ed esponenti di un partito di maggioranza continuano a stare con Maduro.

 

In questo momento 54 Paesi del mondo riconoscono Guaidó come legittimo presidente, e accolgono i suoi ambasciatori man mano che vengono designati. Il caso più eclatante è stato quello di Washington, dove il cambio di consegne è stato per un po’ ritardato per l’occupazione della sede diplomatica da parte un gruppo di estrema sinistra pro Maduro, infine sgomberato con la forza. Altri 21 governi si dichiarano per Maduro e 18 sono neutrali. Ma l’Italia come esito dello scontro tra Cinque Stelle e Lega sta in un quarto gruppo di dieci paesi che riconosce l’Assemblea nazionale come unica autorità legittima, ma non la proclamazione del suo presidente come presidente ad interim.

 

A questo punto, dunque, sia Maduro sia Guaidó potrebbero decidere di designare un nuovo ambasciatore, e entrambi potrebbero presentarsi in contemporanea dal presidente Sergio Mattarella per presentare le credenziali. E il governo che farà?

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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