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Dispetti, gesti, figli e reputazioni stracciate nel sovranismo estone amico di Salvini

L’Ekre, l’ospite estone del ministro dell'Interno, racconta molte cose dell’alleanza di Salvini e del populismo europeo

18 Maggio 2019 alle 06:11

Dispetti, gesti, figli e reputazioni stracciate nel sovranismo estone amico di Salvini

foto LaPresse

Milano. Tra gli ospiti di Matteo Salvini a Milano c’è il Partito conservatore popolare dell’Estonia, l’Ekre, rappresentato da Jaak Madison, prossimo europarlamentare (nei sondaggi estoni è all’11 per cento). L’Ekre, arrivato a fine aprile al governo in coalizione con il Partito di centro (che è di destra e che non aveva vinto le elezioni ma che grazie all’appoggio nazionalista è rimasto al potere) dopo aver raddoppiato i propri voti, racconta molte cose dell’alleanza di Salvini e del populismo europeo. La prima: l’Ekre è contro la Russia, anzi, è straordinariamente contro la Russia, al punto che Madison, l’ospite milanese, ha un’unica domanda per la madrina della kermesse salviniana, la francese Marine Le Pen: l’hai restituito, il prestito russo? 

 

I parlamentari dell’Ekre sono divisi sull’alleanza con leader e partiti che sostengono la Russia: c’è chi è conciliante, gli altri paesi europei non hanno “il 25 per cento di popolazione russa e cinquant’anni di occupazione alle spalle”, ha detto un esponente dell’Ekre al Guardian, e c’è chi invece dice che questa alleanza spezza il consenso pubblico, ed è sciagurata. La questione russa è all’origine di molti dissapori tra i nazionalisti, uno per tutti: il PiS polacco non ha dato seguito al corteggiamento salviniano anche per via della Russia (soprattutto perché non gli sembrava conveniente).

 

Il secondo elemento che le ultime vicende dell’Ekre dimostrano è che nell’alleanza salviniana sono tutti un po’ dispettosi: un parlamentare dell’Ekre ha incastrato proprio la Le Pen in un selfie-trappola. Ruuben Kaalep, parlamentare venticinquenne a capo dei giovani dell’Ekre, ha chiesto alla leader del Rassemblement national di posare per un selfie facendo un “ok” e ha poi postato la foto su Facebook. L’“ok” è un segnale di richiamo del mondo suprematista, un modo per riconoscersi e salutarsi: siamo stati anni a discutere se il “diamante” di Angela Merkel, il gesto che fa sempre con le mani la cancelliera tedesca, fosse un segnale massonico (complottismo portami via) e poi continuiamo a pubblicare le immagini di questo “ok” – i nuovi ministri estoni dell’Ekre sono immortalati nel giorno del giuramento mentre fanno il gesto. La Le Pen ha detto di non essere a conoscenza del significato dell’“ok” e ha chiesto di rimuovere il selfie una volta che è venuta a conoscenza del “significato alternativo”. Anche Jaak Madison ha voluto calmare i toni: siete troppo allarmisti, noi utilizziamo questo gesto “come puro trollaggio” (all’inizio, cioè nel 2017, era così: il segno era un fake fatto circolare per saggiare il grado di indignazione del mondo liberal. Ma poi ha iniziato a essere preso sul serio: è un richiamo, come ha mostrato lo stragista della Nuova Zelanda in tribunale). Fatto sta che l’incidente ha portato un po’ di tormento sulla Le Pen, che in questo mondo di giovani nazionalisti arrembanti e parvenu a volte sembra la zia da prendere in giro: non poteva non sapere, dice una parte, se non sa è sin peggio, dice l’altra. In ogni caso sulla Le Pen passano molte linee rosse nelle alleanze sovraniste: mai con la Le Pen pare che lo abbiano detto sia i polacchi sia gli ungheresi, che probabilmente non si sarebbero mossi comunque da dove stanno, ma che così hanno causato qualche sospetto e dispetto in più.

 

Il terzo elemento che le vicende dell’Ekre mettono in luce è che il sovranismo è spesso un affare di famiglia. Il leader del partito è Mart Helme, ora ministro dell’Interno, mentre suo figlio, Martin Helme, è ministro dell’Economia. Un amico storico, Marti Kuusik, è stato nominato al Commercio, ma si è dimesso il giorno dopo il giuramento: è accusato di violenza domestica – secondo l’Ekre è una “caccia alle streghe”, un grande classico.

 

L’ultima considerazione riguarda la presenza al governo di un partito come l’Ekre. L’Estonia è un paese minuscolo con un milione e trecentomila abitanti, un’economia in crescita (era il paese più povero del continente, vent’anni fa) e un’eccellenza nel settore della tecnologia e dell’innovazione che le ha conquistato il soprannome di “genio tech” dell’Europa. Il vicepresidente della Commissione europea e commissario per il Digitale Andrus Ansip ha cercato di esportare il modello estone, ma ora è terrorizzato che l’esemplare originale vada in crisi: “L’Estonia potrebbe essere il caso studio di come si getta via una buona reputazione”, ha detto Ansip. E reputazione vuol dire investimenti, attrattività, competizione. Il ministro dell’Interno dell’Ekre, il leader Helme, dice che lui e i suoi colleghi faranno sentire la loro presenza: è quel che dicono molti altri amici della kermesse salviniana, ingombranti a parole, piccini sulle responsabilità.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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