C'è un conto salatissimo che Trump deve pagare per negoziare con Kim Jong Un

Giulia Pompili

Otto Warmbier e la questione dei diritti umani

Roma. A quasi due anni di distanza, ancora non si conoscono le ragioni della morte di Otto Warmbier, il ventunenne studente dell’Università della Virginia che fu fermato dalle autorità nordcoreane all’inizio del 2016 mentre rientrava da un viaggio organizzato, che fu processato e condannato per “atti ostili”, e poi rimpatriato in stato comatoso nel giugno del 2017, cinque giorni prima di morire. Non sappiamo perché è entrato in coma, Otto Warmbier, perché sia morto né cosa sia successo durante la sua detenzione, ma due giorni fa il Washington Post ha pubblicato uno scoop secondo il quale la Corea del nord avrebbe mandato al governo americano il conto da due milioni di dollari per le cure mediche sostenute durante il suo fermo nel paese. “Un gesto piuttosto sfacciato anche per un regime noto per le tattiche aggressive”, ha scritto Anna Fifield.

  

La Casa Bianca in un primo momento non ha commentato la notizia, e anzi, la portavoce Sarah Sanders ha risposto al Washington Post che le chiedeva dettagli che “non si commentano le negoziazioni degli ostaggi, ed è il motivo per cui questa Amministrazione le risolve con successo”. Poi però è arrivato il tweet del presidente Donald Trump, che ha scritto sul suo profilo: nessun riscatto è stato pagato alla Corea del nord per Otto Warmbier. Questa non è l’Amministrazione Obama – che spesso Trump ha accusato di pagare i regimi per liberare degli ostaggi.

 

  

In realtà, la questione di Warmbier è molto diversa: in passato la Corea del nord ha usato spesso gli arresti arbitrari di cittadini stranieri per negoziare qualcosa – quasi mai denaro, più spesso concessioni. Nel caso di Warmbier, per esempio, varie indiscrezioni stampa riportavano che l’ex governatore del New Mexico Bill Richardson, uno dei negoziatori più famosi d’America, aveva promesso ai nordcoreani aiuti alimentari. Secondo il Washington Post, però, che ha citato due fonti anonime, i funzionari americani in missione speciale il 12 giugno del 2017 firmarono un documento in cui si impegnavano a pagare le spese mediche di Otto (quasi un anno di “trattamenti”, perché si pensa che lo studente sia entrato in coma intorno all’aprile del 2016).

  

In una lunghissima inchiesta pubblicata qualche mese fa su GQ, Doug Bock Clark scrive che Warmbier era ricoverato al Friendship Hospital, una struttura privata che viene usata soprattutto dai diplomatici stranieri che vivono a Pyongyang, e che le due persone che per prime si resero conto delle sue condizioni gravissime furono Michael Flueckiger, un medico d’urgenza specializzato in missioni ad alto rischio, e Joseph Yun, l’allora rappresentante speciale americano per la politica della Corea del nord. Yun, uno dei diplomatici più accreditati sulla questione nordcoreana, si è dimesso dal suo incarico nel febbraio del 2018 – cioè non appena è iniziato il “disgelo” tra America, Corea del nord e Corea del sud – perché “come diplomatico e come dipartimento di stato siamo stati marginalizzati”, ha spiegato alla Cnn. Per qualche mese, tra il giugno del 2017 e il gennaio del 2018, Warmbier era stato trasformato dall’Amministrazione Trump nel simbolo della guerra al regime brutale di Pyongyang, uno dei motivi con cui il tycoon giustificava “il fuoco e la furia” che avrebbe presto o tardi colpito la Corea del nord. Poi tutto è cambiato.

  

La notizia del conto salatissimo, forse promesso e poi mai pagato dall’America per le spese mediche di un cittadino americano imprigionato ingiustamente da un regime, arriva negli stessi giorni in cui l’attività diplomatica del leader Kim Jong Un raggiunge un maggiore livello di autorevolezza. Il vertice con il presidente russo Vladimir Putin ha mostrato che la Corea del nord, con i test atomici sospesi, continua ad avere molti amici, soprattutto tra chi non metterà mai sul tavolo dei negoziati la questione dei diritti umani.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.