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Ora Trump ha difficoltà a trovare un nuovo capo dello staff (da umiliare)

Il presidente aveva un piano: fare fuori John Kelly e nominare Nick Ayers. Ma c'è un problema. Il sostituto non ha accettato l’incarico

11 Dicembre 2018 alle 06:17

Ora Trump ha difficoltà a trovare un nuovo capo dello staff (da umiliare)

L'ex generale dei marines John Kelly, capo dello staff di Trump fino a fine anno. Foto LaPresse

New York. Nel luglio 2017 l’aereo del presidente americano Donald Trump atterrò vicino Washington di ritorno da un viaggio breve a New York, il suo staff prese posto nelle macchine del corteo che aspettavano sotto la pioggia, il capo dello staff Reince Priebus s’infilò nello stesso van bianco insieme con il consigliere Stephen Miller e il direttore dei social media della Casa Bianca, Dan Scavino, ma all’improvviso i due uscirono e lo lasciarono solo. Trump aveva appena licenziato Priebus via Twitter, sulla pista dell’aeroporto. Il van partì solitario senza aspettare il resto del corteo presidenziale. Priebus era un burocrate di partito ed era considerato un debole, ma al suo successore John Kelly non è andata molto meglio. Kelly è un ex generale dei marines, uno dei suoi figli è morto in combattimento in Afghanistan, è uno che ogni sera faceva il giro del perimetro della Casa Bianca per assicurarsi di persona che il servizio di sicurezza fosse vigile. Da mesi si parlava del suo licenziamento molto probabile e lui aveva chiesto al presidente il beneficio di un’uscita dignitosa: voleva annunciare le sue dimissioni concordate e non essere scaricato via Twitter come tutti. Invece è andata proprio così, Trump ha scritto che entro la fine dell’anno se ne andrà e anche Kelly è finito nella lunga sequenza di uomini dello staff liquidati per le spicce. Alla cena prenatalizia della settimana scorsa tutti e venticinque gli invitati con mogli al seguito avevano capito che la mossa era nell’aria, ma non che fosse così vicina. Poco prima di sedersi a tavola con tutti, Trump era in un’altra stanza per parlare con il rimpiazzo designato di Kelly, il trentaseienne Nick Ayers, capo dello staff del vicepresidente Mike Pence. Due giorni fa tuttavia il piano del presidente – fuori Kelly, dentro Ayers – ha incontrato un intoppo imprevisto e piuttosto grosso: il sostituto non ha accettato l’incarico, ha citato ragioni familiari (una scusa a cui nessuno crede a Washington) e si è sfilato dalla chiamata. Ayers non sarà il nuovo capo di staff della Casa Bianca.

  

A questo punto per il presidente c’è l’urgenza di trovare qualcuno entro la fine di dicembre, che è la data di scadenza di Kelly secondo quanto lui stesso ha annunciato nel tweet del licenziamento. Ma se negli anni scorsi diventare capo di staff della Casa Bianca era un traguardo sognato da chiunque avesse ambizioni politiche nazionali – più di quello di vicepresidente – perché è una nomina che spalanca le porte di altri incarichi sempre molto rilevanti, adesso non è più così. L’Amministrazione Trump ha trasformato uno dei posti più desiderati del paese in una trappola: entri da persona rispettata, con un curriculum spesso ed esperienze preziose, esci che sei diventato una figurina buona per battute umilianti.

  

Kelly aveva percepito fin da subito il pericolo e aveva tentato di ristabilire con il suo carisma da militare un minimo di ordine. Uno dei suoi risultati più importanti era stato quello di isolare Trump dalla folla di conoscenti che passavano dallo Studio Ovale senza appuntamento per dargli il loro consiglio sui dossier più disparati e, soprattutto, per somministrargli qualsiasi tipo di informazione spesso molto poco credibile. Prima di Kelly, il presidente prendeva talvolta decisioni a seconda dell’ultima persona con cui aveva parlato. Il generale era riuscito a imporre un firewall: se vuoi parlare con il presidente devi passare per l’approvazione del suo capo dello staff.

  

Tuttavia, nemmeno un ex generale dei marines riesce a resistere alla pressione doppia di Trump che ti scavalca e ridicolizza senza farsi troppi scrupoli – anzi, lo fa apposta per rafforzare la sua immagine – e a quella degli avversari esterni. Appena i giornalisti hanno intuito che anche il posto di Kelly era traballante è cominciato un viavai estenuante di conferme e di dinieghi. Ogni volta che la stampa diceva che Trump stava per scaricare Kelly, la Casa Bianca assicurava che no, era piuttosto vero il contrario. A luglio Trump ha chiesto a Kelly di restare fino al 2020, a ottobre ha organizzato una conferenza stampa a sorpresa per una giornalista del New York Magazine per dimostrare che tutti i rumors erano infondati. Sabato lo ha mandato via e le voci dicono che ormai non si parlavano più da giorni. Ayers, che coltiva ambizioni presidenziali e che voleva evitare tutto questo, per di più in una seconda metà del mandato che si prevede ancora più turbolenta, s’è sfilato con abilità dal pericolo.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Ora scrivo da New York. Sono stato inviato al Cairo per seguire il Medio Oriente da vicino. Ho lavorato in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    13 Dicembre 2018 - 19:07

    Il romanzo d`appendice Never Trump continua. I Branzini e i Branzanti abboccano felici.

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  • branzanti

    11 Dicembre 2018 - 11:11

    Non sorprende il rifiuto a capo dello staff. Occorre considerare che la natura narcisista ed egocentrica di Trump contiene una componente sadica che lo porta a voler umiliare le persone attorno, un tratto che lo ha sempre contraddistinto anche durante la sua controversa (eufemismo) carriera di palazzinaro. Persino un ruolo di prestigio diventa assai poco appetibile a fronte di insulti e pubbliche contumelie. Il punto, invece, preoccupante è cosa accadrà senza il freno che Kelly era riuscito a porre, almeno in parte, alle intemerate dell'uomo.

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