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Luoghi fuori posto

C’è un libro di Sergio del Molino che parla di Spagna ma in realtà parla di noi piazzandoci davanti ai nostri confini e ai nostri muri

18 Novembre 2018 alle 06:00

Luoghi fuori posto

Ceuta (foto LaPresse)

Lo spagnolo Sergio del Molino è uno scrittore di rara intelligenza. In Italia è conosciuto soltanto per uno splendido memoir, “Nell’ora violetta”, edito da Sellerio, che prossimamente pubblicherà anche “La España vacía”, un viaggio letterario che in patria ha avuto un successo tale da fornire per sempre una denominazione – “La Spagna vuota”, appunto – a quell’Iberia profonda e semidisabitata che, in tanti secoli di storia, un nome così efficace ancora non lo aveva trovato. Per il suo ultimo libro “Lugares fuera de sitio” (Luoghi fuori posto), appena uscito in Spagna per Espasa, Del Molino si è rimesso in viaggio: questa volta per affrontare un tema, quello dei confini, che sta avendo grande fortuna editoriale in anni di sovranismo, nostalgia delle frontiere, difficoltà di convivenza e grandi confusioni sotto il sole tra unionisti che vogliono separare l’Europa, come i brexitari sventolatori dell’Union Jack, e secessionisti (gli scozzesi e i catalani, ad esempio) che vogliono rimanere in Europa, al riparo delle sue stelle che per fortuna sono ben più di cinque. Per raccontare il grande, Del Molino indaga il piccolo, cioè le eccezioni territoriali spagnole: enclave (come Ceuta e Melilla), microstati (come Andorra), porzioni di territorio “straniere” (Gibilterra), comuni amministrativamente appartenenti a regioni non confinanti (dal Condado de Treviño al Rincón de Ademuz). Lo stesso metodo potrebbe peraltro essere applicato in quasi tutti i paesi europei, Italia compresa.

 

La rara intelligenza di Sergio del Molino si esercita facendo scoppiare, pungendoli con il suo sguardo che è più lento e quindi, non troppo paradossalmente, più acuto, tutti i blablabla gonfiati dall’abuso di luoghi comuni. Spesso i luoghi comuni sono veri ma l’approccio laterale di Del Molino, anche quando non li smentisce, li rende comunque molto più utili a interpretare il mondo in cui viviamo.

 

Due esempi.

 

Il primo riguarda la rappresentazione dello spazio. Sulle mappe “i nazionalisti proiettano i loro desideri e le loro frustrazioni” e per questo la cartografia mondiale ha da sempre un deformante impianto eurocentrico. Ha senso provare a smontare questo assunto, vero, solo perché è risaputo e ha un retrogusto terzomondialista un po’ troppo Seventies? No. Ma non ha molta utilità neppure ripetere tout court lo scioglilingua sui cattivi imperialisti europei che sono cattivi, e li disegnano così pure i planisferi che loro stessi hanno usato nei secoli, con il Vecchio continente bello grande in mezzo e, tutto intorno, un sacco di linee tirate con il righello per il proprio comodo. Quello che serve, invece, è fare un passo di lato e proporre una nuova riflessione psicogeografica (un po’ inquietante, per la verità) sul proliferare del padroni a casa propria. “Il Gps – scrive Del Molino – non ha alterato la soggettività delle mappe. Anche se si potrebbe pensare che una tecnologia che localizza e crea una cartografia con una precisione al centimetro sia oggettiva, noi osservatori non siamo macchine senza coscienza, ma continuiamo a essere soggetti. Quello che è cambiato è il nostro punto di osservazione. Il Gps non colloca al centro del mondo una nazione o una cultura, ma un singolo individuo, raggiungendo una sorta di antropocentrismo radicale. Per ogni utilizzatore di Google Maps, il mondo gira intorno a lui. Il nostro punto di osservazione è il nostro stesso corpo e la mappa si dispiega verso i quattro punti cardinali a partire da noi. Quando ci muoviamo, la mappa cambia. Ma per quanto noi avanziamo saremo sempre al centro, saremo sempre il punto di riferimento”.

 

Il secondo esempio riguarda la retorica dei muri. Siamo a Melilla, enclave spagnola in Marocco e frontiera ardente dell’Unione europea. Sergio del Molino parla della celebre e premiata foto di José Palazón che mostra due golfisti che giocano sull’erba verdissima mentre sullo sfondo alcuni ragazzi scavalcano l’alta recinzione che separa la Spagna e l’Europa dall’Africa e che bordeggia proprio il terreno di gioco. Ora: c’è bisogno di dire che non è stata un’idea brillante quella di costruire un campo da golf, con il simbolismo che suo malgrado lo accompagna, proprio a ridosso della barriera attorno a cui premono migliaia di migranti? Ma Del Molino, che pure ammette di essere completamente d’accordo con l’intento di Palazón, che è un attivista per i diritti umani, aggiunge qualcosa di determinante: “Quella fotografia, come tutte le immagini che vogliono dimostrare qualcosa, è demagogica e carica sulle spalle di due cittadini che non hanno colpa di nulla il peso della crudeltà dell’Europa intera”. (segue a pagina quattro)

Ecco, il suo libro non vuole dimostrare niente, e per questo è uno strumento utilissimo per farsi un’idea propria sull’intrecciarsi di tutte le linee che demarcano l’“io”, il “noi” e il “loro”. E proprio i capitoli su Ceuta e Melilla sono particolarmente interessanti, grazie a quello scarto che illumina i problemi, le miopie e gli errori europei con un’umanità molto più umana dell’umanitarismo degli slogan. E per cui se anni fa a Del Molino era sembrata aberrante l’esistenza di Melilla, “una città improduttiva in stato di allerta permanente”, e lo “spreco di tanti soldi per mantenere i privilegi di una manciata di cittadini tanto lontani dalla penisola”, ha poi cominciato a trovare attraente proprio quello che lo aveva schifato. Melilla è uno di quei “minuscoli errori della storia in cui non c’è spazio per l’ipocrisia e dove tutte le contraddizioni e i dilemmi rimangono allo scoperto e obbligano a pensare alla condizione umana e alla sua espressione sociale senza filosofie opportunistiche”. Perché la Spagna non potrebbe comunque disinteressarsi del fenomeno migratorio se non avesse due città immerse nell’Africa e non si vedessero così da vicino le persone che si feriscono sul filo spinato in cima a un muro che “difende” la frontiera. Senza contare che, al di qua del muro e quindi nella così ben difesa Spagna, non tutto funziona per il meglio: il professore melillense Jahfar Hassan Yahia dice che se il sindaco di Rotterdam, Ahmed Aboutaleb, “è diventato famoso nel suo paese di adozione per un discorso politico contrario all’idea che i jihadisti siano tali perché si sentono emarginati o esclusi dalla prosperità europea”, nella città spagnola un berbero musulmano (autoctono e non immigrato) non avrebbe mai potuto fare la stessa carriera. E Aboutaleb “è di una città qui di fianco, Beni Sidel” (in Marocco). Triplo cortocircuito.

 

Sì, per i nerd ghiotti di questo genere di leccornie, “Lugares fuera de sitio” è pieno di squisitezze geografiche, storiche, letterarie e linguistiche, ma è esemplare di cose molto più importanti: d’altronde si sa bene chi si annidi nei dettagli. Un posto come Andorra, che ha due co-principi “stranieri” (un presidente, quello della Repubblica francese, e un vescovo, quello della Seu d’Urgell in Catalogna), una sola lingua ufficiale, il catalano, che non è la lingua più parlata del paese, una popolazione (minuscola) composta per due terzi da non cittadini e un’economia, diciamo così, discutibile non è altro che un ridicolo e insignificante relitto della storia? “Non soltanto diffido delle mie percezioni sui luoghi che mi paiono poco più di uno scherzo, ma sospetto che dietro questo scherzo ci sia qualcosa di significativo che merita una visita”, scrive Del Molino. Certo, “è difficile prendere sul serio Andorra visto che Andorra è in equilibrio tra l’anacronismo feudale e la modernità democratica, tra la bellezza delle montagne e la bruttezza dell’iperurbanizzazione, tra il capitalismo più grossolano e duro e la socialdemocrazia più gentile e scrupolosa. Una somma di contrari che quasi sempre dà zero e fa del paese qualcosa di anodino, incolore, inodore e profondamente insipido. Continuo a pensare che possa essere raccontato soltanto attraverso la parodia, però resisto e tento di interessarmi e di sentire qualcosa per questo angolo irregolare”, scrive. E quando Del Molino comincia a sentire qualcosa per Andorra come per Melilla, per Petilla de Aragón come per Gibilterra, iniziamo a capire un po’ di più di noi stessi in rapporto con gli altri.

Guido De Franceschi

E' nato nel 1976. Fuori dal quadrante est di Milano si sente all’estero. Forse è per questo che lo incuriosiscono le piccole patrie, le lingue minoritarie e (senza di norma conquistarlo) i separatismi. Lo attira la contemporaneità e si è laureato in Lettere antiche. Vota a sinistra e scrive senza disagi di esteri e di libri sul Foglio e sulle pagine culturali del Giornale. Non è mai stato a Cagliari e collabora con l’Unione Sarda come commentatore e recensore. Quando sarà in pensione sfiderà età, pigrizia e buon senso cimentandosi nell’apprendimento della lingua basca.

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