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I grandi alleati di Trump fanno patti di immunità con i federali

Il presidente nell’ultima intervista a Fox parla come un boss della mala, che si rallegra perché un complice non ha collaborato e ne maledice un altro che sta cantando

25 Agosto 2018 alle 06:00

I grandi alleati di Trump fanno patti di immunità con i federali

La copertina Del NY Post

Roma. Ieri il New York Post, che spesso si fa notare per le copertine brillanti contro il presidente americano Trump, è uscito con una prima pagina che imita i tabloid scandalistici venduti nei supermercati: “Cosa c’è nella cassaforte?”, chiede a caratteri cubitali accanto a una fotografia di Donald Trump assieme con l’editore David Pecker, che è suo amico da decenni.

 

Due giorni fa Associated Press ha svelato che Pecker ha in ufficio una cassaforte piena di segreti che riguardano personaggi famosi, incluso Trump ovviamente, che lui raccoglie e mette da parte da anni con una tecnica che nel giro è conosciuta come “catch and kill”: compra i diritti esclusivi su alcune storie (e sono “very unflattering stories”, come dicono le pudibonde tv americane) e poi non le pubblica, per tenerle come contropartita se un giorno gli servissero. La cassaforte “è come una banca dei favori”, ha rivelato un suo vice che adesso non lavora più con lui.

 

Pecker è il presidente di American Media Inc, che è la casa editrice di un grande numero di pubblicazioni popolari e tra queste c’è il National Enquirer – uno dei tabloid più sanguigni del paese. Con la tecnica del “catch and kill” nel 2016 Pecker acquistò e insabbiò anche la storia della relazione di Trump con una modella di Playboy, Karen McDougal, in modo che non uscisse durante la campagna elettorale. E’ di lui che parlano Trump e il suo avvocato, Michael Cohen, in una telefonata registrata di nascosto dall’avvocato nel settembre 2016. “Quindi quanto pagheremo?”, chiede Trump – che aveva detto di non sapere nulla di questa vicenda – a Cohen. E l’altro gli risponde che è meglio pagare “per tutta quella roba”: “Perché non si può mai sapere in che mani finirà la casa editrice un giorno”. “Che succede se Pecker finisce sotto un camion?”, chiede Trump preoccupato che l’editore sia rimpiazzato da qualcun altro che potrebbe mettere le mani sulla cassaforte. “Mi sto occupando di tutto io”, risponde Cohen. Di tutto cosa, però? Cos’è “tutta quella roba”? Ci sono altre storie che potrebbero imbarazzare Trump oltre a quella con McDougal (e a quella ammessa con l’attrice di film porno Stormy Daniels)? Ecco che ieri è arrivata la presa in giro e la domanda a caratteri cubitali del New York Post: “Cosa c’è in quella cassaforte?”.

   

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I procuratori federali di New York che martedì hanno ottenuto la confessione di colpevolezza di Cohen in cambio di uno sconto di pena hanno anche garantito l’immunità a Pecker, segno che l’editore, amico da decenni e sostenitore di Trump ha collaborato oppure sta ancora collaborando con le indagini. Ieri il Wall Street Journal ha rivelato che i procuratori hanno garantito l’immunità anche ad Allen Weisselberg, che è il vicepresidente e capo del settore amministrativo della Trump Organization, il conglomerato che gestisce gli affari di Trump. A partire dal 2017, per evitare conflitti di potere, Trump aveva lasciato il comando della compagnia ai piani alti della Trump Tower di Manhattan proprio a Weisselberg e ai figli. Aumenta così il numero e il rango dei “flipped”, quelli del cerchio di Trump che ormai sono passati al nemico. Nel giro di tre giorni l’avvocato fidato da decenni, Michael Cohen, si è dichiarato colpevole e pronto a collaborare con i federali, è saltato fuori che l’amico da decenni e custode dei segreti imbarazzanti e re dei tabloid David Pecker ha un accordo di immunità con gli stessi federali e ora è venuto fuori pure del vice Weisselberg.

  

Considerato che questi accordi prevedono che i beneficiari diano informazioni utili alle indagini, c’è da chiedersi cosa hanno già detto ai federali. E così, mentre il suo mondo smotta attorno a lui e gli amici e i vassalli più importanti gli si rivoltano contro per non andare a processo, si capisce perché Trump nell’ultima intervista alla rete Fox abbia parlato senza troppo farci caso con le stesse frasi di un boss della malavita, che si rallegra perché un complice non ha collaborato e ne maledice un altro perché invece sta cantando.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    25 Agosto 2018 - 16:04

    Complimenti si era partiti per Russia 2016 e si e` approdati al National Enquirer. L`importante e` fregare Trump. Questo insieme a Manafort 2005 (data dei suoi reati finanziari) e` il risultato di circa 500 giorni di inchieste. Di contro 25 alti papaveri dell`FBI e del DoJ non sono piu` in servizio tra licenziamenti per condotta non etica o dimissioni. Naturalmente Mueller da questo occhio non ci vede.

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