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Nel Regno Unito c’è stato un sussulto liberale

Quello che hanno dimostrato le elezioni locali di ieri è che i valori che tengono insieme le tribù politiche sono importanti, e il continuo giocare con questi valori non paga

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

4 Maggio 2018 alle 19:25

Le purghe di Corbyn

Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

I sussulti liberali li sentono soltanto i più sensibili, gli innamorati ai quali non servono le parole, basta uno sguardo, ma il sussulto giovedì nel Regno Unito c’è stato. Piccolo, perché stiamo parlando di un paese che va verso un divorzio epocale con leadership polarizzate e avvelenate, e perché ci basiamo sull’esito di elezioni amministrative, che servono a capire l’umore dei cittadini più che i loro sogni e le loro ambizioni. Ma il sussulto c’è stato. Al voto di giovedì, il Labour non ha vinto quanto sperava, i Tory non hanno perso quanto temevano, l’Ukip (il Partito indipendentista) è stato spazzato via, i Liberal-democratici sono andati molto bene. “La strana sopravvivenza dell’Inghilterra liberale?”, ha intitolato Stephen Bush la sua newsletter “Morning call”, e il punto interrogativo pareva di troppo. Il sussulto c’è stato, e racconta qualcosa di più di un urlo sommesso – non siamo morti! – che pochi hanno tempo di ascoltare: i conservatori sono fragili e confusi, la premier Theresa May è contestata e vaga, ma non abbastanza da farsi fagocitare da un leader laburista popolarissimo (il Labour guidato da Jeremy Corbyn ha ottenuto a Londra il miglior risultato dal 1971). L’estremo brexitaro dell’amico di Beppe Grillo Nigel Farage non piace (gli restano due consigli, dei quaranta e più che aveva), i Liberal-democratici conquistano quei voti (quasi 50 consigli in più) che alle elezioni generali non prendono perché in un sistema bipartitico appaiono come il classico “voto sprecato”, ma se i conservatori pagano il prezzo di un governo che non dà certezze, il Labour non riesce a dare il colpo di grazia che molti (corbyniani in testa) credevano imminente e inevitabile. Il Labour non va bene, non spacca, eh sì che l’avversario non è poi così temibile.

 

I valori che tengono insieme una tribù sono importanti, e il continuo giocare con questi valori, menandosi senza tregua, spostando di qui e di là la soglia dell’accettabile, snaturandosi e rifugiandosi nella tattica della ambiguità non paga. Il trucco, quando è pesante, si vede. In un discorso che tiene oggi alla conferenza del think tank Progress, Alastair Campbell, architetto del New Labour blairiano, dirà proprio questo: non è che l’ambiguità sulla Brexit ha un peso sulla non-valanga del Labour? Non è che l’antisemitismo (che ha tolto alcuni consigli ai laburisti) finisce per allontanare, e allontanarci, persino noi che siamo “tribal” e che non avremmo mai pensato, un giorno, di non votare per il Labour? Non si può stare scomodi sul divano di casa, mentre in famiglia non si fa che litigare, e forse il sussulto è soltanto stizza, ma è liberale, e l’abbiamo sentito.

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