Sajid Javid (foto LaPresse)

May ha il suo nuovo ministro dell'Interno, thatcheriano e freddino con l'Ue

Cristina Marconi

Dopo le dimissioni di Amber Rudd, ecco Sajid Javid, il primo ministro dell’Interno della storia del Regno Unito proveniente da una minoranza etnica e conservatore di ferro

Londra. Quando Sajid Javid nel fine settimana ha scritto, a proposito delle vittime dello scandalo Windrush, che “potevamo essere io, mia mamma o mio padre”, più di qualcuno ha pensato che il ministro per le Questioni abitative stesse calando il suo asso come candidato ideale alla successione di una Amber Rudd ormai più che traballante. Poi lei si è dimessa nella tarda serata di domenica e lunedì mattina, senza aspettare molto, la premier Theresa May ha tirato fuori l’unico nome possibile per l’Home Office, ossia Javid, primo ministro dell’Interno della storia proveniente da una minoranza etnica e conservatore di ferro, thatcheriano, filo-israeliano, ex responsabile dei mercati asiatici per Deutsche Bank, intransigente nei confronti di una certa sinistra tanto da aver definito la corrente corbyniana Momentum “neofascisti di estrema sinistra”, ma anche figlio di un immigrato pachistano arrivato con una sterlina in tasca e quindi in grado di giocarsi la carta dell’empatia senza suonare falso o distante. Non che la Rudd lo fosse, tutt’altro: da quando se n’è andata è tutto un profluvio di elogi e dichiarazioni di autentica simpatia nei confronti dell’ex ministra, soprannominata “lo scudo umano della May” per la sua lealtà assoluta nei confronti di una premier che non è neppure sua amica geniale, ma solo compagna di lotta nei mari agitati della Brexit e di governo tra i ranghi avvelenati dei Tories.

 

Lealtà dettata dal senso di opportunità e dalle ambizioni personali della Rudd, la cui carriera fulminea tra le file dei conservatori è materia di leggenda, visto che ci ha messo solo sei anni tra il momento in cui è stata eletta la prima volta e il momento in cui ha avuto il suo primo ruolo di governo. L’anno scorso si vociferava avesse assoldato Sir Lynton Crosby per aiutarla a muovere i prossimi passi verso un futuro che non tutti vedono come troppo compromesso, visto che ora che non c’è più la Rudd con la sua figura conciliante i colpi arriveranno con conseguenze imprevedibili direttamente alla May, a cui tutti attribuiscono la colpa di aver creato quella “atmosfera ostile” nei confronti dei migranti illegali che ha reso impossibile la vita di chi invece era legittimamente nel Regno Unito. La May, funambola rigida ma non incapace, è in una situazione difficile, che però poteva essere peggiore: la Rudd è andata via per le sue dichiarazioni fuorvianti sui target di rimpatri forzati e non per le sue politiche, tutte ereditate dalla precedente gestione, e Javid potrà dare la colpa alla Rudd, cosa che quest’ultima non ha potuto mai fare nei confronti di chi l’ha preceduta – Theresa May, appunto.

 

Infine la May vede neutralizzata almeno per un po’ una sua potenziale avversaria, che sulla Brexit aveva iniziato a dare segni di indipendenza dicendo ad esempio che in merito all’unione doganale il governo non aveva ancora deciso niente, facendo infuriare Downing Street. Con la Rudd, Javid ha in comune il fatto di essere vicino a George Osborne – non si dimentichi che l’ex cancelliere dello Scacchiere vuole Theresa May fatta a pezzi nel suo frigo – ma per continuare la sua carriera la Rudd aveva scelto di appiattirsi sulle posizioni del suo capo, mentre da Javid ci si può aspettare qualcosa di diverso per mettere ordine in un ministero considerato da tutti come un cimitero politico. Come ha scritto qualche tempo fa Janan Ganesh sul Financial Times “quello che sembra unire la May e la Rudd è l’insicurezza circa le loro credenziali di destra” e a furia di “compensare in maniera eccessiva” la loro mancanza di comprensione verso il mondo a cui si rivolgono, fanno danni, secondo l’editorialista, che conclude che “potrebbe volerci un politico di destra e pro-Brexit per adottare una politica ragionevole sull'immigrazione”. Potrebbe essere Javid, che ha sì votato Remain, ma con “il cuore pesante e senza entusiasmo” e che per la gestione futura dell’immigrazione ha detto solo di voler un sistema “giusto e che tratti la gente con rispetto”. Se questo varrà anche per i tre milioni di cittadini europei è tutto da vedere. Per ora nulla è cambiato, ma la battaglia della Brexit deve ancora cominciare.

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