L’eredità di Martin Luther King

La legacy del reverendo è un dito puntato verso il trascendente, non soltanto attivismo razziale

Mattia Ferraresi

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6 Aprile 2018 alle 20:28

L’eredità di Martin Luther King

La manifestazione di Memphis, Tennessee, per il 50esimo anniversario dalla morte di Martin Luther King (foto LaPresse)

La questione di Martin Luther King è sempre stata quella che gli americani chiamano la legacy, che è più di una semplice eredità lasciata ai posteri o un testimone passato alla generazione successiva: è il raggio che una singola figura proietta nel cinema 3D della storia. La teologia protestante americana, ossessionata dalla periodizzazione e dallo svolgersi progressivo delle ere della rivelazione, concepisce la storia come movimento di profeta in profeta, secondo una logica di avanzamento verso la perfezione che se non appare chiaramente è soltanto per via del punto di osservazione. Se gli uomini fossero altissimi vedrebbero a occhio nudo la curvatura della terra; se fossero altissimi anche moralmente vedrebbero che “l’arco della giustizia è lungo, ma tende verso la giustizia”, secondo la citazione più celebre del reverendo King. Aveva preso spunto, e la cosa non è sorprendente, dai sermoni di Theodore Parker, ministro abolizionista secondo il quale il trionfo della giustizia in questo mondo non si vede con gli occhi ma si può soltanto “divinare con la coscienza”.

 

C’è dunque, nella vicenda di King, un dito puntato verso la trascendenza che non può essere ricondotto completamente all’attivismo, alla battaglia pubblica, alle leggi per l’avanzamento degli afroamericani e per il riconoscimento dei diritti civili. Nei ricordi e nelle celebrazioni a cinquant’anni dall’assassinio a Memphis, questo aspetto della predicazione del reverendo è largamente taciuto, sorpassato da un armamentario di considerazioni sulle conquiste sociali custodite o tradite di questo eroe transgenerazionale. Ma il problema dell’eredità politica, a ben guardare, si era posto già quando il reverendo era ancora in vita. Alcuni osservatori in questi giorni ricordano che il Martin Luther King del 1968 non era quello del 1963, cioè non era già più il punto di riferimento centrale della battaglia per la condizione dei neri d’America. Il suo ruolo nella storia era culminato con la marcia di Washington davanti al memoriale di Abraham Lincoln, il sancta sanctorum del credo americano, prodromo del civil rights act firmato l’anno successivo da Lyndon Johnson. Una volta ottenuta la vittoria, King era stato in un certo qual modo superato dal radicalismo dei Malcolm X e degli Stokely Carmichael, e infatti si è “ritirato” nella riflessione sulla “giustizia economica”. Gli ultimi anni prima del tragico epilogo di Memphis, il reverendo si è battuto innanzitutto per affermare una proposta tornata attuale: il reddito di cittadinanza, una misura senza coloritura razziale. “Nella valutazione della povertà a livello nazionale emerge un fatto: ci sono il doppio dei bianchi poveri rispetto ai neri. Perciò non mi occuperò dell’esperienza della povertà che deriva dalla discriminazione razziale, ma tratterò della povertà che accomuna bianchi e neri”, scriveva in Where Do We Go From Here: Chaos or Community, libro del 1967.

 

Che cosa rimane dell’epopea di Martin Luther King oggi? Quelli che leggono ogni cosa secondo parametri, statistiche, grandezze misurabili certificano che l’oppressione che il reverendo ha combattuto permane. Vox ha fatto il ritratto della nuova segregazione in dieci grafici: reddito, occupazione, diseguaglianza, speranza di uscire dalla povertà, possibilità dei ragazzi di crescere in un quartiere meno povero dei loro genitori, segregazione scolastica, percentuale di diplomati, partecipazione alla vita civile e politica. In ogni categoria la condizione degli afroamericani oggi è peggiore di quella del tempo di King, il che suggerisce la necessità di una nuova ondata profetica che possa produrre i risultati socio-politicamente rilevabili che evidentemente la saga del reverendo non è stata in grado di produrre. Ma forse il lascito è di altra natura. Lo ha scritto Jonah Goldberg, conservatore della National Review: “Ha costretto l’America a compiere il meglio di se stessa”, cioè ha ricordato al paese la natura della sua promessa di “vita, libertà e promessa della felicità” fondata sull’idea che “tutti gli uomini sono creati uguali”. La parte della legacy meno misurabile ma più profonda del reverendo è quella che fa di lui il rinnovatore di una promessa più grande anche di una singola battaglia per l’emancipazione, che dura giocoforza per una sola stagione.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    08 Aprile 2018 - 21:09

    E` interessante constatare che lei non tocchi il problema che personalmente ritengo molto importante e che ai tempi del Reverendo King non c`era : Il completo disastro dell`istituzione della famiglia nella comunita` afroamericana che e` di gran lunga superiore a quella che vi e` nelle altre comunita`. Madri sole e padri che non esistono di conseguenza figli....... Chigago, Baltimora ,Flint , Detroit ecc.ecc. ne sono un esempio lampante

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  • branzanti

    06 Aprile 2018 - 22:10

    Quindi il meglio di sé stessa per l'America è consistito nell'avere dovuto, faticosamente, sopportare che qualcuno le ricordasse la promessa di "vita, libertà e ricerca della felicità" (falsa dalle sue origini, come testimoniano schiavitù, strage dei nativi e altri orrori) e voltarsi dall'altra parte. Al punto che razzismo e segregazione sono peggio oggi di cinquant'anni fa. Se questo è il meglio è facile capire perché l'America gode di così pochi estimatori.

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