Eredi del Che, tiranni e movimenti delle scope, chi sono i modelli africani del M5s

Un intervento sul blog di Grillo propone a esempio i movimenti politici di quattro paesi africani. Siamo andati a vedere di cosa si tratta

3 Aprile 2018 alle 21:33

Eredi del Che, tiranni e movimenti delle scope, chi sono i modelli africani del M5s

Foto LaPresse

“Come le proteste stanno ridefinendo la democrazia” è uno scritto apparso sul blog di Beppe Grillo, che indica come modelli da seguire per il M5s alcuni movimenti di protesta in quattro paesi africani.

L’autore è Zachariah Mampilly di cui però a parte il nome non viene detto nient’altro. Dal soggetto possiamo intuire che si tratti di un signore africano. Dalla nota in calce (“Translated by Erica Massa Reviewed by Gabriella Patricola”) capiamo anche che il saggio è stato scritto in una lingua diversa dall’italiano. Neanche questo particolare viene però considerato meritevole di approfondimento. Con genuino spirito di servizio e nella speranza di convincere infine Grillo che i giornalisti non sono del tutto inutili, aggiungiamo dunque noi qualche ulteriore informazione.

 

Primo: Zachariah Cherian Mampilly, questo è il suo nome completo, è un Professore Associato di Scienza Politica e Studi Internazionali al Vassar College di Poughkeepsie, New York.

 

Secondo: l’intervento tradotto nel blog di Grillo è tratto da una conferenza, di cui pure citiamo gli estremi.

 

Terzo: il professor Mampilly ha scritto una serie di libri che si occupano dei governi insurrezionali durante le guerre civili africane, e di teoria e pratica del peace-making. Temi indubbiamente interessanti, ma che probabilmente non sono di particolare attualità come punti di riferimento per l’azione politica per l’Italia attuale. Tra 8 settembre 1943 e 25 aprile 1945, forse, sarebbero stati seguiti con più attenzione.

 

Quarto: Mampilly ha però scritto anche un altro libro sulle proteste popolari in Africa. Le esperienze da lui indicate nel testo riportato dal blog si riferiscono evidentemente a questo ambito di studi.

 

Innanzitutto, dunque, si parla di “Y’en a Marre”. Senegal. Letteralmente: “non ne possiamo più”. L’etichetta evoca vagamente il “Vaffa Day”, e l’omologazione con il movimento fondato dal comico è accresciuta dal particolare che i fondatori furono nel gennaio del 2011 tre rapper, oltre che due giornalisti. All’origine del movimento fu però il problema dei ripetuti black-out che lasciavano in continuazione la capitale Dakar senza luce. In più, il contesto era quello della presidenza di Abdoulaye Wade: un originale economista e leader politico che dopo una lunghissima battaglia da dissidente costellata da varie incarcerazioni nel 2000 sullo slogan “Sopi”, in wolof “Cambio”, era riuscito a realizzare la prima storica alternativa democratica di governo della storia africana. Wade è stato in seguito anche premiato da “Nessuno tocchi Caino” per aver abolito la pena di morte, ma indubbiamente non è che con lui i problemi del Senegal sono improvvisamente, anzi. Fu accusato di nepotismo a favore del figlio. In seguito il movimento si mobilitò contro il tentativo di Wade di farsi rieleggere per un terzo mandato a colpi di modifiche costituzionali. Effettivamente nel 2012 il presidente già riformista fu sconfitto, e al suo posto con l’appoggio di Y’en a Marre, andò al potere Macky Sall – che peraltro di Wade era stato primo ministro. Sei anni dopo, nel Senegal di Macky Sall il sindaco di Dakar Khalifa Sall è stato da poco condannato a cinque anni per accuse di malversazione che secondo la maggior parte degli osservatori internazionali sarebbero state montate ad arte per togliere di mezzo un astro emergente dell’opposizione. In questo momento quel che resta di “Y’en a Marre” sta appunto con Khalifa Sall.

 

Anche “Le Balai Citoyen” è un movimento che è stato fondato da due cantanti di reggae. E anche la denominazione di “Scopa Civica” evoca terminologie grilline. Il contesto è quello del Burkina Faso, e il basco rosso dei suoi militanti è quello di Thomas Sankara: ufficiale e rivoluzionario soprannominato “il Che Guevara africano”. Ufficiale, cospiratore, ministro degli Esteri nel 1981, dimissionario, primo ministro nel 1982, destituito e messo in galera su pressione di Mitterrand, Sankara prese il potere nel 1983 e fece cambiare il nome coloniale dell’Alto Volta in Burkina Faso, “terra degli uomini integri”. Nel 1987, dopo aver trascinato il suo paese in una guerra sanguinosa contro il Mali, fu deposto e ucciso da un golpe di Blaise Campaoré. “La Scopa Cittadina” fu il movimento da cui iniziarono le proteste che il 28 ottobre 2014 si trasformarono in rivolta aperta contro Campaoré, costringendolo alle dimissioni in capo a tre giorni. La “Scopa” ha poi appoggiato il governo di transizione, ma ha rifiutato di trasformarsi in partito politico. Attualmente i suoi militanti si organizzano per pulire le strade o per favorire le donazioni di sangue.

 

Nel caso di Tajamuka, andiamo nello Zimbabwe e al regime di Robert Mugabe. Massimo esempio di satrapo populista, in quattro decenni Mugabe ha distrutto l’economia sotto il peso di un record mondiale di inflazione praticamente irraggiungibile, ha espulso una quantità di minoranze etniche, ha rubato elezioni in quantità. Insomma, è stato piuttosto una versione africana di quel regime di Maduro verso il quale nei Cinque stelle resiste una certa ambigue attrazione. Tamajuka è un movimento giovanile che nel maggio del 2016 iniziò a organizzare proteste contro Mugabe. Il nome in lingua shona significa anch’esso “non ne possiamo più”. Alla fine, il 21 novembre Mugabe è stato rimosso a forza dal suo stesso entourage.

 

Per la Repubblica Democratica del Congo Mampilly cita infine non un movimento solo ma due: LUCHA e Filimbi. LUCHA è la sigla di Lutte pour le changement: una Lotta per il Cambio fondata nel 2012 a Goma, nell’est del paese, e che è stata insignita nel 2016 con un premio da Amnesty International. Filimbi, in swahili “Fischietto”, è stata creata a Kinshasa nel marzo del 2015, con l’assistenza diretta di esponenti di “Y’en a marre” e “Balai citoyen”. Qui il problema è quello del regime autoritario di Joseph Kabila, che è al potere dal 17 gennaio del 2001, e che per restarci ulteriormente ha rinviato sine die il voto in agenda per il 20 dicembre del 2016. Kabila divenne presidente dopo il fallito golpe in cui fu ucciso suo padre Laurent-Désiré Kabila, che nel 1965 aveva combattuto al fianco di Che Guevara, venuto appositamente in Africa. Insomma, qua il tiranno è in qualche modo un erede del Che.  

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    04 Aprile 2018 - 07:07

    Be', i 'politici' africani pseudorivoluzionari-nepotisti-corrotti-sanguinari con l'anello al naso, a volte perfino cannibali, e il kalashnikov sempre pronto sarebbero comunque un grande passo avanti rispetto alla dittatura del grandissimo frate...oppps figlio che comanda incontrastato e indiscusso, meglio di dieci Bilderberg, un movimento in cui il dibattito più evoluto è tra you Tarzan me Jane e mandateci i soldi.

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