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I jihadisti da appartamento hanno furia ideologica, ma anche molta pazienza

Droga e passaporti falsi. I terroristi approfittano di vizi e fratture dell’Europa

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

30 Marzo 2018 alle 06:00

I jihadisti da appartamento hanno furia ideologica, ma anche molta pazienza

Conferenza stampa del questore di Torino sull'arresto di Elmadi Halili (foto LaPresse)

Milano. “E’ dura. Sarà dura. Ma non siamo senza speranze. La chiave è la pazienza strategica”. Ryan Crocker amava ripetere questa frase, lui che insieme al generale David Petraeus aveva dato la svolta decisiva alla guerra americana in Iraq: la pazienza è una strategia, oggi va male, domani andrà peggio, ma poi ce la faremo. Il logoramento è il nostro nemico: sul campo, nell’opinione pubblica, nella visione del mondo del futuro, e più i conflitti sono lunghi, più l’impazienza rischia di avere il sopravvento, perché si pretendono svolte, risultati tangibili, immediati, i governi passano, bisogna cogliere l’attimo anche quando c’è da mettere la parola fine a una storia. Oggi l’occidente si è fatto prendere la mano dall’impazienza, mischiata alla volubilità, cocktail stracciavisioni, mentre la pazienza è diventata strategica per quelli che stavamo, stiamo combattendo. L’allarme jihad in Italia è alto (almeno) da quando lo Stato islamico ha dato mandato ai suoi adepti in giro per il mondo di usare ogni mezzo disponibile – furgoni, coltelli, pietre – per uccidere gli occidentali, e la pazienza strategica di questi jihadisti da appartamento si realizza nell’intrufolarsi nelle debolezze e nei vizi dell’Europa: la droga, la crisi migratoria.

 

Nei blitz antiterrorismo di questi giorni in Italia la furia ideologica è chiara: “Vi invito a combattere i miscredenti – diceva l’indottrinatore Abdel Rahman arrestato a Foggia – Con le vostre spade tagliate le loro teste, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria le loro teste. Occorre rompere i crani dei miscredenti e bere il loro sangue per ottenere la vittoria”. Quella piattaforma di “lupi solitari” che di solitario hanno ben poco voluta dallo Stato islamico ha prese piede in Europa, e si è armata di grande pazienza, oltre che di brutale improvvisazione. E intanto si muove nei meandri delle nostre debolezze: ci sono i venditori di droga, pusher jihadisti che raccolgono soldi e sfruttano i vizi dei loro nuovi vicini di casa, e ci sono i falsificatori di passaporti, business in crescita in un paese – in un continente – d’approdo come il nostro. I reati contestati agli arrestati di ieri nel blitz che ha sgominato la rete dell’attentatore di Berlino Anis Amri (la nostra intelligence e i nostri servizi mangiano, a differenza di molti leader politici, pane e pazienza a colazione) sono “autoaddestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale” e “associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

      

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Quest’ultimo è il punto più delicato nel racconto di una lotta internazionale al jihadismo che si articola sulle missioni all’estero e sulle conseguenze umanitarie nei nostri paesi. La paura dell’immigrazione che ha fatto da carburante a molti movimenti populisti in Europa si mischia inevitabilmente con la paura per il terrorismo, perché tra le maglie dell’accoglienza passano, assieme alla disperazione, anche quelli che vogliono uccidere i miscredenti, e col traffico di passaporti, identità che non sono identità comprovabili, la paura aumenta. Le politiche per l’immigrazione sono strettamente collegate a quelle contro il terrorismo, in termini di controllo, di strategia e anche di pazienza. E lo Stato islamico che si nutre dei nostri tempi lunghi e delle nostre divisioni utilizza queste paure, mentre tenta di rifondare il proprio Califfato falcidiato dai missili dell’alleanza a guida americana in Siria e in Iraq.

  

Sull’immigrazione, in Italia come altrove, il dibattito è estremamente polarizzato, i tifosi dell’apertura e quelli della chiusura si scontrano con toni sempre più accesi, e ogni azione di contenimento – vedi il piano Minniti – merita qualche etichetta, denigratoria per lo più. Ieri in Inghilterra l’ex premier laburista Tony Blair, che è da giorni molto ciarliero, ha presentato uno studio del think tank che porta il suo nome riguardo all’immigrazione. Oltremanica oltre al terrorismo – che di questi tempi, un anno fa, si è manifestato in una serie di attentati che pareva non finire mai – c’è la questione non banale della Brexit, anch’essa figlia, tra le altre cose, della paura dell’immigrazione (o della sua strumentalizzazione): se già il tema non è semplice, figurarsi nel Regno Unito. “L’ansia nei confronti dell’immigrazione sta nutrendo nuove forme di populismo autoritario e svilendo la fiducia nella democrazia liberale – scrive l’autore del documento, Harvey Redgrave – I governi mancano di una politica coerente nella gestione dell’immigrazione, e così molte decisioni sono state guidate da visioni a breve termine che si rivolgono ai sintomi e non alle cause della crisi”.

  

Nello studio si introducono tempi come un sistema di verifica digitale dell’identità, riforme del mercato del lavoro, politiche sociali di integrazione e inclusione, sistemi che monitorano il capitale umano a disposizione di un paese. “Vogliamo dare ai policymaker gli strumenti per staccarsi dalle tattiche di risposta a una crisi e introdurre invece una cornice progressista per produrre una politica di immigrazione”, che è come dire che ci vogliamo riprendere indietro la pazienza strategica, e non lasciarla ai jihadisti d’appartamento, che la usano e useranno contro di noi.

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