Duterte ritira le Filippine dalla Corte penale internazionale

"The Punisher" ha revocato "con effetto immediato" la ratifica dello Statuto di Roma. La decisione è legata allo scontro con il tribunale dell'Aja che aveva avviato indagini nei confronti del presidente, per crimini contro l'umanità

14 Marzo 2018 alle 16:14

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Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha annunciato il ritiro del suo paese dal trattato fondatore della Corte penale internazionale. La decisione è legata allo scontro con il tribunale dell’Aja che a inizio febbraio ha avviato indagini preliminari per “crimini contro l'umanità” nei confronti del presidente. "Le Filippine revocheranno la loro ratifica dello Statuto di Roma con effetto immediato", ha detto Duterte in una dichiarazione scritta e pubblicata mercoledì. Settantadue anni, ex sindaco della città di Davao, il presidente filippino sin dal suo insediamento nel 2016 ha ormai abituato la comunità internazionale a dichiarazioni e decisioni al limite della legalità.

  

Nel mirino della Corte c'è propria la guerra alla narcotraffico del governo filippino che avrebbe fatto almeno 10 mila morti, di cui meno della metà ammessi dalla polizia, e giustificati con una “reazione all'arresto”. Molte testimonianze parlano però di omicidi a sangue freddo o in base a prove inconsistenti o preconfezionate. Eppure durante tutta la campagna elettorale Duterte aveva promesso di riportare il “modello Davao” su scala nazionale, per sradicare la piaga della droga che affligge il paese. Un rapporto, sottoposto nel 2017 alla Cpi da un giudice filippino, documentava inoltre la responsabilità di Duterte in "esecuzioni extragiudiziali e omicidi di massa" dal 1988, ma le indagini per cui al momento è sotto inchiesta all'Aja riguardano solo presunti crimini compiuti sin dall’inizio della presidenza. Una delle principali oppositrici politiche di Duterte, la senatrice Leila De Lima, è stata arrestata nel 2017 e si trova tuttora in carcere.

   

Il 7 febbraio scorso la Corte penale internazionale dell’Aja aveva informato il governo filippino dell’avvio delle indagini preliminari nei confronti del presidente. Secondo il suo portavoce, Duterte aveva accolto con favore la notizia "perché stanco di essere costantemente bersaglio di accuse" e si era detto pronto a presentarsi alla Corte in modo da "argomentare personalmente il suo caso". Ora pare aver cambiato idea.

      

Come ricordava Giulia Pompili su queste colonne, nel dicembre 2016 "Duterte ha detto che nel 1988, quando era sindaco di Davao, ha ucciso 'personalmente' tre sospettati durante un conflitto a fuoco, per mostrare ai poliziotti presenti che se riusciva a farlo lui, erano capaci anche loro. Nei giorni successivi ha modificato un po’ la versione – non sa più se a uccidere i tre siano stati proprio i suoi proiettili, ma tant’è. La commissione per i diritti umani dell’Onu ha chiesto ieri formalmente alle autorità filippine di aprire un’inchiesta per omicidio, e di verificare se nelle Filippine esista ancora un sistema giudiziario. Nel frattempo, il presidente dal pugno di ferro si allontana sempre di più dall’influenza americana e si avvicina a Pechino, e mentre tutti gli sforzi sono concentrati sulla guerra alla droga, nel sud delle Filippine cresce e prospera un’enclave jihadista tra le più pericolose del mondo".

  

Sempre sul Foglio abbiamo raccontato come "il presidente filippino abbia ben chiaro il percorso di politica estera da intraprendere, e voglia riaccendere i sentimenti anti americani dei filippini, che comunque non si erano mai sopiti del tutto. Se qualcuno avesse potuto prevedere l’ascesa e l’elezione a presidente di Rodrigo Duterte, le analisi geopolitiche sull’Asia degli ultimi anni sarebbero state ben diverse. Perché il ruolo che Manila svolge negli equilibri asiatici e nel “pivot asiatico” dell’Amministrazione Obama non si limita a questioni geografiche e di alleanze strategiche. E la presidenza di Duterte, al potere per i prossimi sei anni, potrà cambiare molto del “Calderone asiatico” (copyright Robert D. Kaplan)". All’inizio di marzo Duterte, in un paese dove l'Hiv sta tornando a far paura, con undicimila casi registrati nel 2017, ha consigliato alle donne - parlando di controllo delle nascite - di usare la pillola e non il preservativo "che non fa sentire niente". Lo ha fatto pure con l'esempio di una caramella non scartata.

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