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In un tribunale belga va in scena il “secondo attentato” del terrorista di Parigi

Davanti ai giudici di Bruxelles Salah Abdeslam si presenta nelle vesti di martire e dice che non esiste la legge degli uomini, ma solo quella di Allah. I simpatizzanti del Califfato lo celebrano sui social

Luca Gambardella

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gambardella@ilfoglio.it

12 Febbraio 2018 alle 18:22

In un tribunale belga va in scena il “secondo attentato” del terrorista di Parigi

Salah Abdeslam nell'aula di tribunale di Bruxelles (foto LaPresse)

Roma. La settimana scorsa, con un discorso di appena un minuto rivolto nell’aula di tribunale di Bruxelles, l’unico terrorista sopravvissuto all’attacco di Parigi del 13 novembre 2015 “ha commesso un altro attentato” davanti agli occhi dei giudici della corte. Secondo Alain Grignard, uno dei maggiori esperti di jihad e membro del Centro studi sul terrorismo e la radicalizzazione dell’Università di Liegi, non esiste altro modo per giudicare le poche parole pronunciate da Salah Abdeslam, il belga di origini marocchine catturato a marzo 2016 dopo una fuga durata mesi. Da allora Salah è in carcere in Francia ma la settimana scorsa è stato trasferito a Bruxelles, dove si è aperto un altro processo a suo carico, quello per la sparatoria con la polizia di Forest, un sobborgo della capitale belga, pochi giorni prima della sua cattura.

 

Non se lo aspettava nessuno, ma Salah ha deciso di parlare nel giorno della prima udienza. Ed è qui che si è consumato il suo “secondo attentato”, dopo che a Parigi solo un giubbotto esplosivo difettoso gli aveva impedito di diventare un martire, come accaduto invece a suo fratello Brahim. “Resterò in silenzio. Cosa che non fa di me un colpevole. Il silenzio è il mio modo di difendermi”, ha esordito Salah. “Non esiste altro Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta. Giudicatemi, fate di me quello che volete. Non ho paura di voi. Ho fiducia solo in Allah e basta”.

 


 


 

Le poche immagini che lo ritraggono nell’aula di tribunale mostrano un uomo diverso da quello della foto segnaletica, che ha girato molto quando Salah era ancora ricercato. Barba e capelli lunghi, mani giunte, voce ferma ma appena percettibile, un aspetto che secondo il criminologo dell’Università di Liegi, Michaël Dantinne, non è casuale: “Ha voluto apparire come un martire appena catturato dopo la battaglia”, ha detto al quotidiano belga Soir. La platea di giornalisti si è alzata in piedi appena è entrato in aula “il piccolo delinquente” – così la stampa francese e belga definiscono il primo attentatore del Califfato finito alla sbarra in un tribunale occidentale. Un silenzio surreale, un palco perfetto dal quale Salah ha scandito un altro messaggio: “I musulmani sono giudicati in modo spietato. Non c’è presunzione di innocenza. Spero che qui non si agisca per fare piacere al pubblico e ai media”. Un attacco allo stato di diritto e ai giudici, secondo molti esperti e opinionisti, con cui il il “piccolo delinquente” con precedenti per droga e alcol ha voluto spazzare via ogni dubbio sul suo pieno coinvolgimento nel piano distruttivo del Califfato. Salah ha voluto dimostrare al mondo intero di essere un combattente salafita, credente in un ordine del mondo che non riconosce quello occidentale. Non esiste la legge degli uomini, Dio è il solo maestro a cui rendere conto. “Un attentato è commettere un’azione per avere una reazione degli avversari, stimolando i simpatizzanti”, ha spiegato l’islamologo Grignard al quotidiano belga Libre Belgique per spiegare la strategia di Salah in aula.

 

Il silenzio in cui è tornato a chiudersi subito dopo il suo breve intervento irrita molto l’opinione pubblica belga, preoccupa quella francese – che da lui si attende invece delle risposte in vista del processo più importante, quello per gli attentati di Parigi che inizierà forse l’anno prossimo – ed eccita i simpatizzanti dello Stato islamico. Sui social network in questi giorni si sono moltiplicati i messaggi di solidarietà nei confronti di Salah, che ora è definito “nostro fratello”. Nel mezzo c’è l’avvocato del terrorista, Sven Mary, che ha provato a prendere le distanze dalla posizione del suo assistito – “io riconosco l’autorità di questo tribunale”, ha detto nella sua arringa giovedì scorso – ma che fuori dall’aula ha lasciato trasparire tutto il suo imbarazzo: “Il mutismo di Salah vi sembra costruttivo?”, gli chiedevano i giornalisti. “Questo sarete voi a giudicarlo”, ha risposto Mary con lo sguardo basso.

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