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Trump, "non sono razzista", ma dopo lo "shithole" l'accordo sui dreamers è sempre più lontano

Il presidente interviene dopo le polemiche legate alle sue frasi su Haiti e i paesi africani. "L'accordo Daca è morto", ha twittato, alla vigilia di una settimana difficile per il Congresso che deve evitare lo shutdown

15 Gennaio 2018 alle 13:15

Donald Trump sale sull'Air Force One

Donald Trump sale sull'Air Force One (foto LaPresse)

“Credetemi, non sono un razzista”, ha detto ieri Donald Trump, cercando senza successo di porre fine al caso "shithole". Tutto è iniziato giovedì scorso, quando il presidente americano ha usato il termine per descrivere Haiti e i paesi dell’Africa, chiedendosi per quale motivo gli americani debbano accogliere immigrati da paesi tanto arretrati. “Gli Stati Uniti invece dovrebbero accogliere persone da paesi come la Norvegia”, avrebbe detto Trump ai rappresentanti presenti nello Studio ovale, secondo testimonianze dei presenti che sono state smentite dalla Casa Bianca. “Sono la persona meno razzista che avete mai intervistato”, ha provato a chiarire domenica sera ad alcuni giornalisti dal suo International Golf Club a Palm Beach, dove attendeva per una cena il leader della maggioranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy.

  

La questione è più complicata di quanto sembri: le polemiche intorno al razzismo di Trump rischiano di compromettere l'accordo sui dreamers, i minori arrivati illegalmente sul suolo americano a cui il programma Daca, varato da Barack Obama nel 2012, permette di studiare e lavorare al pari dei coetanei americani. “L’accordo è probabilmente morto”, ha scritto su Twitter il presidente americano, che ha incolpato i democratici. “Vogliono solo parlare e togliere al nostro esercito il denaro di cui ha disperatamente bisogno”.

  

 

Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, ha definito le frasi di Trump “unfortunate”, ma coloro che erano presenti quando il presidente ha pronunciato l'insulto non sembrano avere ricordi omogenei di quanto accaduto. Per il New York Times ci sono versioni discordanti di quell’incontro: David Perdue, senatore repubblicano della Georgia, nega con forza di avere mai sentito pronunciare da Trump la parola "shithole" e accusa il collega democratico Richard Durbin di “grave mistificazione”, appoggiato da un altro senatore, Tom Cotton dell’Arkansas. Versioni che non coincidono con quella di un altro senatore del Gop, Lindsey Graham, che invece aveva confermato di avere sentito tutto. “La credibilità è qualcosa che si costruisce con un’onestà costante”, ha scritto su Twitter il portavoce di Durbin, suggerendo che non si deve credere a Perdue e Cotton. Jeff Flake, uno dei repubblicani coinvolti nel gruppo di trattative per la proposta sull’immigrazione, avrebbe avuto conferme sul linguaggio volgare utilizzato da Trump: “Poco dopo quel meeting ero in una riunione con alcuni colleghi che si trovavano nello Studio ovale. Ho saputo di quella frase prima ancora che diventasse pubblica”.

 

Quella che si apre è una settimana critica per il Congresso. I legislatori hanno tempo solo fino a venerdì per rifinanziare le attività amministrative del governo ed evitare che l'esecutivo si fermi, almeno per quanto riguarda le sue attività non essenziali. I democratici puntano sulla capacità di ricatto che possono avere proprio in funzione della scadenza. Per evitare lo shutdown al Senato servono 60 voti, 9 in più di quelli in forza al Partito repubblicano, che invece vorrebbe separare il voto sul Daca da quello sul rifinanziamento. Nel weekend, intanto, il governo ha riattivato il programma Daca, dopo che un giudice federale aveva bloccato la decisione dell’Amministrazione di revocare il provvedimento a settembre. Il Daca è ancora attivo, “fino a ulteriore comunicazione”, ha fatto sapere il dipartimento della Sicurezza interna.

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