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Maduro flirta col default e dice che "non arriverà mai", intanto l'Europa sanziona Caracas

Si aprono le trattative con i creditori ma il Venezuela è in “default selettivo” da giorni per il mancato pagamento d’interessi

14 Novembre 2017 alle 06:31

Maduro flirta col default e dice che "non arriverà mai", intanto l'Europa sanziona Caracas

Foto LaPresse. Miguel Gutierrez

Roma. “Hanno giocato a che il Venezuela si dichiari in default. Mai, mai, il default non arriverà mai in Venezuela, non arriverà mai!”. Una promessa enfatica, quella fatta dal presidente venezuelano Nicolás Maduro nel corso del suo programma televisivo domenicale, proprio alla vigilia di un cruciale vertice con i creditori da lui convocato a Caracas: ore 14, le 19 italiane e in corso mentre questo giornale va in stampa. Ma lo stesso giorno si sono riuniti anche i ministri degli Esteri dell’Unione europea, per decidere contro il governo venezuelano dure sanzioni, tra cui un embargo sulle armi, e per ribadire il non riconoscimento di un’Assemblea nazionale costituente eletta in modo truffaldino apposta per togliere poteri a un’Assemblea nazionale dove invece l’opposizione è in grande maggioranza. Questa Assemblea nazionale tra l’altro ha appena ricevuto il Premio Sakharov dall’Unione europea. E il regime ha risposto facendo votare dalla Costituente una draconiana “legge contro l’odio” che espone ogni manifestazione di dissenso al rischio di venti anni di carcere, e costringendo il vicepresidente dell’Assemblea nazionale Freddy Guevara a chiedere asilo all’ambasciata del Cile per evitare l’arresto.

 

Pure ieri su richiesta di Stati Uniti e Italia c’è stata la convocazione del Consiglio di sicurezza, secondo una formula che permette di sentire anche i rappresentanti dell’opposizione venezuelana che si chiama “Formula Arría”. E’ dal nome di quel Diego Arría che come presidente di turno del Consiglio di sicurezza la inventò nel 1992 al tempo della crisi della ex Yugoslavia, e che ironicamente è lui stesso un venezuelano, ora esponente dell’opposizione.

 

Mentre Maduro gridava “mai in default”, però, in realtà il Venezuela era già entrato in default, da due giorni. “Default selettivo”: per il non pagamento di 28 milioni di interessi su un bond da 650 milioni di dollari della società elettrica Corpoelec. Ma la stessa Banca Interamericana di Sviluppo già il 10 novembre aveva denunciato che il Venezuela era in ritardo di pagamenti per 6,5 milioni, mentre il Fondo monetario internazionale oltre a parlare di “grave crisi economica, umanitaria e politica senza soluzioni in vista” denunciava come da oltre 10 anni il governo di Caracas non fornisce più i dati statistici che sarebbe obbligato a fornire.

 

Tra il governo e la società petrolifera Pdvsa ammonterebbe ad almeno 60 miliardi di dollari il debito da ristrutturare. 414 investitori avevano confermato la loro presenza: il 91 per cento del totale. Da tener presente che 28 miliardi di debito sono con la Cina, e secondo Maduro i negoziati per la ristrutturazione con Pechino starebbero procedendo “perfettamente”. Altri 8 miliardi sono con la Russia, e anche con Mosca c’è un accordo per ristrutturarne 3. Ma secondo un rapporto della società di investimenti Bulltick “anche Russia e Cina potrebbero ormai stare per perdere la pazienza”, e comunque non si tratta di regali, ma di concessioni contraccambiate con la cessione di asset nazionali.

 

Quanto ai creditori statunitensi, l’Amministrazione Trump non ha loro vietato di partecipare all’incontro, ma ha proibito di stipulare qualunque accordo con persone che siano state colpite dalle sanzioni. Venerdì erano trapelate voci secondo cui Maduro avrebbe tenuto conto del divieto, ma poi invece è stato deciso che la riunione sarebbe stata presieduta dal vicepresidente Tareck El Aissami e che vi avrebbe partecipato anche il ministro dell’Economia e Finanze Simón Zerpa. Una decisione così provocatoria, quella di inserire questi due nominativi nella lista nera, che secondo molti Maduro lo ha fatto apposta. Non si sa se per determinare una pressione di investitori americani sull’Amministrazione Trump per togliere le sanzioni, o semplicemente per sospendere i pagamenti in modo da avere un po’ di soldi da investire in consenso interno in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.

 

Per la gran parte dei paesi del mondo, però, resta l’emarginata Assemblea nazionale l’unica autorità che può legittimare nuovi debiti e nuove ristrutturazioni. A margine della convocazione dei debitori è arrivata dunque a sorpresa la notizia che per domani sarebbe convocato anche un incontro tra governo e opposizione sotto mediazione internazionale nella Repubblica Dominicana. L’opposizione però in questo momento è aspramente divisa al suo interno: c’è chi ha boicottato le elezioni regionali; chi vi ha partecipato ma, visto il modo in cui sono state gestite vuole ora boicottare le municipali di dicembre; chi parteciperebbe anche a queste. Il presidente dell’Assemblea nazionale Julio Borges e quello della commissione Esteri Luis Florido hanno annunciato la loro adesione, per ottenere garanzie internazionali sulle prossime presidenziali. Ma poi hanno fatto sapere che l’appuntamento restava in sospeso. Il governo non ha infatti ancora dato il via libera alla presenza di quei ministri degli Esteri di Nicaragua, Bolivia, Messico, Paraguay e Cile che la Tavola di unità democratica (Mud) esige come facilitatori del dialogo.

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