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Perché la sconfitta degli anti-Maduro è una cattiva notizia per tutti

L'opposizione al regime parla di frodi, ma la realtà è che il fronte contro i chavisti è sempre più disilluso. Cronache dal Venezuela post elezioni amministrative

16 Ottobre 2017 alle 16:11

Perché la sconfitta degli anti-Maduro è una cattiva notizia per tutti

Oppositori di Maduro guardano preoccupano gli ultimi dati del voto alle amministrative (foto LaPresse)

Caracas. È andato tutto come previsto. All'indomani delle contestatissime elezioni amministrative in Venezuela è muro contro muro fra governo e opposizione. L'impressione è però che quelli della Mud, il tavolo che raggruppa i principali partiti anti-chavisti, debbano ripensare urgentemente la strategia.

 

Nella serata di domenica, nel centro elettorale al CCT di Caracas, l'opposizione ha dichiarato la sua vittoria. Sul palco, per la foto di famiglia, c'erano tutti i leader della nuova generazione come Freddy Guevara o il presidente dell'esautorato Parlamento, Julio Borges. Le televisioni rimandavano le immagini dei media chavisti e gli avversari apparivano stranamente rilassati e sorridenti. Malgrado tutto, gli oppositori erano convinti di avere portato a casa una ventina di governatori su circa 23 disponibili. Poi è arrivata la doccia fredda. Prima Tibisay Lucena, presidente del Consiglio nazionale elettorale (CNE), annuncia "risultati inappellabili": 17 a 5 per il chavismo. Con l'opposizione che perde persino il "gioiello della corona", lo stato di Miranda, territorio di Caracas. Era stato il feudo di Henrique Capriles che non si poteva ripresentare perché interdetto dal regime. Una durissima sconfitta, anche simbolica. Il candidato dell'opposizione, Carlos Ocariz, è da molti visto come il prossimo candidato presidenziale dell'opposizione alle elezioni del 2018. Che il paese al prossimo anno ci arrivi, viste le sue condizioni socioeconomiche, è tutto da vedere. Poi è la volta del presidente Nicolas Maduro di passare in video. Dimostrando di avere una pelliccia abbastanza spessa sullo stomaco, dichiara: "Riconosciamo che l'opposizione ha vinto in cinque regioni e che noi, rispetto alle scorse elezioni, abbiamo perso tre governatori, ma è il bello della democrazia. Sono disposto a lavorare con i miei avversari per il bene del Venezuela". Accanto a lui i leader del governo, dal potentissimo Diosdado Cabello, al vicepresidente Tarek el Aissami, rischiano uno slogamento della mascella per quanto è largo il loro sorriso.

 

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L'opposizione risponde di non riconoscere il risultato delle urne e grida alla frode elettorale. Fra le accuse al chavismo, c'è quella di avere usato la strategia del "topo impazzito", ovvero di avere cambiato la sede del voto a centinaia di migliaia di cittadini che fino a domenica mattina non sapevano dove avrebbero dovuto recarsi a votare.

 

Non ci poteva essere un risultato peggiore per il Venezuela. Comunque la si pensi, un esito più equilibrato avrebbe permesso a tutti di salvare la faccia e cercare di proseguire nel dialogo. Ma questo è un cappotto che non farà che esacerbare gli animi. Da Maria Corina Machado, una delle poche leader che aveva invitato all'astensione, ritenendo questa l'ennesima frode orchestrata dal regime, sino ai giovani che avevano protestato per mesi, fornendo il loro tributo di sangue, adesso nessuno sarà più disposto a dialogare. E quando due gruppi, di cui uno armato fino ai denti, si scontrano furiosamente, va sempre a finire male.

 

Il Venezuela è un paese strano. Tutto cambia velocemente e i nemici di ieri diventano gli amici di oggi. Però poi tutto resta uguale. Parlando al Foglio, Freddy Guevara aveva affermato che questo voto dimostrava "il rifiuto del popolo contro il presidente Maduro, che avrebbe dovuto passare la mano". Ma nemmeno questo è abbastanza per spiegare quanto è successo. Molta gente non è andata a votare perché non credeva più all'opposizione. Un alto dirigente della Mud, Jesus, che chiede di restare anonimo spiega: "Bisognerebbe cercare di spezzare il fronte chavista andando a parlare con quelli che non sono dei delinquenti, dei gangster, come Tarel el Aissami o Diosdado Cabello. Isolare gli estremisti e non concentrarsi su Maduro, che è solo una marionetta nelle mani di Cuba. Sa cosa mi ha detto uno di questo chavisti illuminati?", ammicca Jesus, "Io mi vedo fuori dal governo, mi vedo addirittura fatto prigioniero dall'opposizione. Mi vedo in galera e due, tre anni dopo, mi vedo libero e di nuovo al governo. Daremo la colpa a Maduro e diremo che con Chavez si stava meglio e che è stato l'ex autista di bus Nicholas Maduro ad avere tradito l'eredità del nostro comandante". Perché il chavismo ha sempre saputo comunicare e molti venezuelani hanno la memoria storica di un pesce rosso. Chavez, oltre a essere un leader carismatico, si trovò a dirigere un paese nei dodici anni in cui i prezzi del petrolio andarono alle stelle. Oggi sono crollati.

 

In fondo però, aldilà della preoccupazione umanitaria, o della commozione per le foto delle persone che cercano da mangiare nella spazzatura, il Venezuela è un nodo geopolitico molto più importante di quanto possa sembrare. E tutto accade per la colpevole incapacità della comunità internazionale, Europa su tutti, di avere una posizione comune sul Venezuela, che vada oltre le dichiarazioni di Federica Mogherini.

 

Perché il Venezuela dipende economicamente dalla Cina – con cui ha contratto debiti che non può pagare –, militarmente dalla Russia, ed è sotto l'influsso di Cuba, un paese in questo ben più serio di quello da operetta romantica rappresentato per decenni da Gianni Minà. A Caracas non si muove foglia se all'Avana non sono d'accordo.

 

All'indomani delle elezioni incontriamo Maria, giornalista e fervente attivista che aveva lanciato BusTv, un progetto di informazione itinerante sui bus cittadini. Saliva sugli autobus e cercava di informare la gente con notizie che non passavano sui media chavisti. Intervistata quattro mesi fa, Maria era stata una delle più motivate nello spiegarci che questo regime si poteva e si doveva abbattere, e che la gente sarebbe stata inarrestabile. Il Foglio le chiede dunque nuovamente una sua analisi su quanto accaduto domenica 15 scorsa. Maria risponde: "Cazzi loro, io domani vado in Cile per restarci".

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