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L'opposizione in Venezuela ha sbagliato tutto, ci dice uno dei leader

Andrés Velásquez dice al Foglio di avere le prove delle frodi elettorali. Ma critica anche il movimento anti-Maduro, che si è frammentato

26 Ottobre 2017 alle 14:30

Andrés Velásquez

Andrés Velásquez (foto LaPresse)

Caracas. Andrés Velásquez non ha il fisico del leader. E’ un uomo tarchiato, dal volto butterato per malattie mal curate, la pelle scura e i tratti dell’indio. Non certo un personaggio sul quale scommettere come leader politico ma, come molti di quelli che non sono favoriti nel fisico Andrés Velásquez ha la testa dura. Candidato governatore nello stato di Bolívar, in Venezuela alle elezioni dello scorso 15 ottobre, Velásquez è stato ufficialmente sconfitto dal candidato del regime chavista, ma dice di portare con sé le prove della truffa elettorale. Parlando con il Foglio, non critica soltanto la frode a suo dire commessa dal regime. Demolisce anche l’opposizione di cui fa parte. Nei giorni successivi alle elezioni del 15 ottobre, in cui, tra accuse di brogli, i candidati chavisti hanno conquistato 18 dei 23 stati federali della Repubblica venezuelana, l’opposizione, anziché riunirsi nella lotta politica, si è frantumata in mille pezzi. Il casus belli è stato il fatto che quattro governatori neoeletti dell’opposizione hanno accettato, pur di governare, di prestare giuramento davanti all’Assemblea costituente, il parlamento alternativo creato da Nicolás Maduro per esautorare l’Aula controllata dall’opposizione. Ieri Henrique Capriles, ex candidato presidenziale e tra i leader della Mud, la Mesa unidad democratica che riunisce le forze anti Maduro, ha rassegnato lasciato l’opposizione in segno di protesta, e le defezioni sono solo all’inizio.

 

Velásquez ha detto ai media che i quattro governatori meritano “la piena condanna” dei venezuelani, e parlando con il Foglio attacca l’inefficacia dell’opposizione. “Prima chiedono di abbattere il governo con le proteste di piazza, poi invitano i cittadini a votare e adesso tornano a domandare alla gente di scendere in strada a protestare. Senza dimenticare il fatto che la Mud non ha un vero portavoce, un candidato presidenziale che parli a nome di tutti noi. Con questi avversari per la macchina della propaganda chavista è un gioco avere la meglio”. Velásquez non fa nomi, ma è probabile che la sua accusa si rivolga a personaggi ormai screditati, a partire dallo stesso Capriles, sconfitto due volte come candidato presidenziale, e a Leopoldo López, marito della pasionaria Lilian Tintori. López è stato liberato dal carcere e da allora è stato praticamente silenziato nel suo appartamento in centro città in cui è confinato agli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con i media.

 

Ma è ovvio che per lui la questione più pressante è quella dei brogli elettorali. “Il furto di domenica scorsa ai danni dei cittadini venezuelani grida vendetta”, dice al Foglio. “Lo stato di Bolívar non dirà molto agli stranieri, ma è uno dei luoghi più ricchi della terra: dal petrolio all’oro, dal coltan all’alluminio. Tutti questo ha attirato ogni tipo di criminali. Molti sono narcotrafficanti, ma molti portano la divisa chavista”. Velásquez mostra al Foglio alcuni dei documenti, vidimati dalla macchina elettorale, che mostrano la sua vittoria al termine della giornata elettorale. “Guardate cosa appare sulla pagina internet del Cne, il Consiglio nazionale elettorale a 48 ore dalla chiusura delle urne. I voti in mio favore sono scomparsi e la vittoria è andata inspiegabilmente al mio avversario, il candidato chavista Justo Noguera”. L’opposizione a Maduro è allo sbando proprio quando il regime sembrava sul punto di implodere, perciò Velásquez dice che c’è bisogno di facce nuove per contrastare il chavismo. Una di queste potrebbe essere quella di Lorenzo Mendoza, capo della Polar, gruppo miliardario che produce generi alimentari e altri prodotti di ogni tipo. Mendoza è un imprenditore di successo rispettato all’estero, che malgrado la crisi e gli espropri chavisti è rimasto in Venezuela, diventando un simbolo. Velásquez non lo cita esplicitamente, ma è certo che l’indio ne ha abbastanza della strategia dell’opposizione, che finora ha perso la migliore occasione per abbattere il regime e non fatto altro che danni.

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