Una donna sventola la Estelada, la bandiera catalana, da un balcone di Barcellona (foto LaPresse)

Ai confini dell'irrealtà

Daniele Raineri

L’istinto romantico fa stare dalla parte di curdi e catalani, la ragione chiede: “Ne vale la pena?”

Roma. Viene sempre naturale fare il tifo per gli indipendentisti, quindi ora per gli indomiti curdi che hanno fatto la guerra contro lo Stato islamico e per i fieri catalani che vogliono l’autodeterminazione dal governo centrale, e però prima c’è una domanda da fare: ne vale davvero la pena? E nel caso dei curdi: ne vale davvero la pena adesso? L’ultima volta che abbiamo fatto il tifo per qualcuno è stato per i riformisti siriani contro l’oppressione del regime di Assad, e tuttavia sono stati divorati vivi da una guerra civile diventata in fretta più grande di loro e oggi i superstiti aspettano il loro fato in una riserva indiana, la zona di Idlib, dove non si può più mettere piede per colpa degli estremisti. A conti fatti, il Kurdistan rischia con la secessione di diventare più povero di prima perché il sistema federale di spartizione dei ricavi del greggio iracheno in questo momento gli garantisce profitti maggiori rispetto a quelli che avrebbe se vendesse soltanto il proprio greggio. Semmai sarebbe il sud sciita, dove ci sono i pozzi di petrolio più grandi e redditizi, a dover chiedere la secessione per tenersi i profitti. Ma ai curdi non conviene. Sono conti ancora più dolorosi adesso che il greggio non vale più come prima e persino in Arabia Saudita sentono la stretta, figurarsi a Kirkuk. E se anche i conti tornassero non si può sottovalutare l’elemento tensione, questa parola magica che in medio oriente può voler dire tutto e niente, vicini che si guardano male oppure carri armati che sfondano i confini: c’è la possibilità che i curdi finiscano per scontrarsi con il resto dell’Iraq e in particolare con le milizie sciite, che già adesso ringhiano il loro disaccordo (e anche i curdi, come avete letto in questi giorni, non vanno d’accordo tra loro). Proprio ora che l’Iraq è alla fine di una guerra truculenta contro lo Stato islamico, proprio ora che dovrebbe imboccare un lungo periodo di ricostruzione e di stabilità, si riparla di combattere. Facile immaginare cosa succederebbe: arabi contro curdi nella fascia centrale dell’Iraq, morti, caos, mediazione internazionale. E così, senza dubbio, lo Stato islamico, il genio malvagio che per la seconda volta era sul punto di essere rinchiuso nella lampada (la prima fu nel 2010) salterebbe di nuovo fuori, perché le guerre sono la condizione ideale di quel gruppo estremista che da sempre prospera e prolifera dove ci sono i carri armati e non attecchisce, guarda caso, nelle democrazie costituzionali. Per ottenere cosa poi? Il Kurdistan già oggi sembra un altro stato rispetto all’Iraq, per entrare a Baghdad a volte c’è da aspettare settimane di fila prima di ricevere un visto, invece all’aeroporto di Erbil si fa veloce come in un aeroporto europeo, si atterra e poi serve soltanto una timbrata sul passaporto per stare trenta giorni, rinnovabili. 

 

E nelle strade i curdi parlano curdo (nelle tre varianti), la Turchia compra il petrolio da loro, le bandiere curde garriscono al sole, non c’è più un Saddam Hussein a minacciare stragi, i curdi hanno un esercito che incute timore. Perché infilarsi nei guai? L’America ha chiesto al Kurdistan di ripensarci e il fronte dell’indipendenza ha assoldato Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Trump, finito nei guai per troppi legami con i russi – a Washington oggi è considerato un asset tossico a cui non avvicinarsi. Che sia stato arruolato per arrivare al presidente?

 

La domanda “ne vale la pena?” è buona pure per i catalani, che ogni giorno ascoltano sui mezzi pubblici annunci in catalano e in spagnolo. Come la immaginano questa separazione? Una linea di confine che passa dietro Barcellona? Una dogana all’aeroporto del Prat? E’ vero che la Catalogna è la regione più produttiva della Spagna, quindi in teoria le converrebbe andare da sola, ma sarebbe ancora così se ci fossero confini di mezzo con il resto del mondo? Il Regno Unito ha scelto la Brexit e ora è nel mezzo di negoziati laboriosi per salvare il salvabile – negoziati che sanno molto di pentimento – ma per ora riceve soltanto brutte notizie. Dovrebbe bastare come esempio di un’alzata d’ingegno che poi è proseguita in modo poco promettente.

 

L’Europa intanto segue una tendenza unificatrice, per appianare le differenze interne e prepararsi al vero confronto esistenziale, che è quello con l’esterno – commerciale con i cinesi, tanto per dirne uno. Ci sono sfide che richiedono già adesso un livello di cooperazione altissimo, vedi per esempio l’immigrazione dall’Africa e il terrorismo (qualche giorno fa si è scoperto che la Svizzera è un terreno di passaggio favorito dai sospetti, perché è extra Unione europea e quindi c’è meno coordinazione con gli altri). Viene da chiedersi fino a che punto sono pronti i catalani a sfidare l’ordine costituzionale della Spagna, che la vuole “indissolubile”, e se mettono in conto anche che ci potrebbe essere violenza (Dio non voglia) pur di non sentire più il suono della lingua spagnola. Viene da chiedersi se nel giro di pochi anni questa voglia di particolarismo non sarà sorpassata per sempre da una storia globale che va velocissima e che ci dice che persino la lingua italiana è a rischio estinzione, perché la demografia non fa sconti nemmeno a un paese da sessanta milioni di abitanti.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)