Tra arresti e cortei, com’è che la crisi catalana è finita in un vicolo cieco

La Guardia civil ha arrestato molti membri del governo di Barcellona.I rischi dell'estremismo separatista

Eugenio Cau

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20 Settembre 2017 alle 20:29

 Tra arresti e cortei, com’è che la crisi catalana è finita in un vicolo cieco

Referendum Catalogna, proteste dopo blitz Guardia Civil (foto LaPresse)

Roma. Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo, è conosciuto per essere uno stratega che gioca sui tempi lunghi. Anche davanti alla sfida del secessionismo catalano, ormai la più grave crisi politica della storia democratica del paese, Rajoy finora aveva adottato una strategia del lento strangolamento: togliere agli organizzatori del referendum del 1° ottobre l’aria per respirare sequestrando le schede elettorali, sottraendo ai catalani l’autonomia finanziaria, terrorizzando gli amministratori locali con lo spauracchio di ingiunzioni giudiziarie. Per questo tutti si sono stupiti quando quella che fino a quel momento era stata una partita a scacchi tra il “Gobierno” di Madrid e il “Govern” di Barcellona si è trasformata in rissa. La Guardia civil spagnola mercoledì mattina ha fatto irruzione nel Palau de la Generalitat, sede del governo catalano, e in altri palazzi amministrativi e ha arrestato 14 persone, in gran parte funzionari coinvolti nell’organizzazione del referendum. Ha inoltre sequestrato dieci milioni di schede elettorali e altro materiale referendario, come cartelli e registri. Tra gli arrestati ci sono personaggi noti come Josep Maria Jové, segretario generale del dipartimento dell’Economia e braccio destro del vicegovernatore catalano Oriol Junqueras.

 

Gli arresti costituiscono un’accelerazione eccezionale e imprevista della crisi, che ha avuto conseguenze immediate. A Barcellona, il governatore Carles Puigdemont e il suo vice Junqueras hanno chiamato i catalani alla mobilitazione, e migliaia di persone sono scese in piazza a manifestare, per fortuna pacificamente. A Madrid, i lavori del Parlamento sono stati sconvolti dalla notizia del blitz di polizia. Gabriel Rufián, deputato di Erc, formazione catalana indipendentista e di centrosinistra, ha intimato a Rajoy di “togliere le sue mani sporche” dalle istituzioni catalane, mentre il presidente del governo diceva che la legge è legge, e che l’ordine di arresto era stato emesso legalmente da un giudice. Rufián e i suoi colleghi di Erc hanno lasciato l’Aula in segno di protesta, mentre altri parlamentari urlavano: “Non tornate”. Ma intanto anche il fronte unitario anti secessione, formato da Partito popolare, Partito socialista e Ciudadanos, ha iniziato a scricchiolare.

 

Gli arresti di mercoledì a Barcellona sono stati ordinati dal giudice Juan Antonio Ramírez Sunyer del tredicesimo tribunale cittadino, nell’ambito di un’inchiesta iniziata a febbraio e partita da una denuncia di un avvocato privato e del partito di minoranza Vox. L’ordine degli arresti, dunque, non viene direttamente da Rajoy come hanno detto i leader separatisti. Le loro conseguenze sul lungo termine, però, riguarderanno direttamente il governo e, forse, la tenuta del sistema spagnolo. Arrivare all’uso della forza per fermare il referendum è un passo grave ma inevitabile, poiché ormai entrambe le parti in gioco, da un lato il Gobierno e dall’altro il Govern, si sono infilate in un vicolo cieco di intransigenza e mancato dialogo che ha privato la questione catalana di ogni soluzione ragionevole. Oltre vent’anni di sfide autonomiste prima e secessioniste poi non hanno insegnato a Madrid che usare il pugno di ferro contro i catalani provoca una reazione opposta a quella desiderata: non sopisce il sentimento di insurrezione, al contrario. Rajoy è l’erede di una lunga tradizione di governi centrali che malgiudicano il problema catalano. Da mercoledì, le forze secessioniste possono celebrare quattordici “prigionieri politici” arrestati per le proprie idee (così li ha definiti il leader di Podemos Pablo Iglesias, simpatizzante per la causa catalana), e questo fomenterà il malcontento. Ma la partita più pericolosa è quella giocata dai secessionisti, che hanno usato il risentimento contro Madrid a fini politici, soffiando sul fuoco di un nazionalismo che ha poche ragioni di esistere: la Catalogna è un territorio fiero, ma non oppresso in nessun modo – è anzi la regione più ricca di Spagna. La radicalizzazione non solo delle istanze separatiste ma anche dei personaggi che le hanno portate avanti può solo peggiorare man mano che aumenta la posta in gioco. Alla fine di questa sfida referendaria la Catalogna si troverà in uno stato di caos istituzionale e amministrativo. Alla prossima (perché ci sarà una prossima volta) la violenza non è più da escludere.

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