Marine Le Pen (foto laPresse)

Perché la destra non può permettersi di copiare lo sciagurato modello Le Pen

Claudio Cerasa

Al di là della Francia, i conservatori hanno un’occasione d’oro: capitalizzare la crisi della sinistra e salvare l’Europa dai populismi straccioni. Perché il Cav. deve diventare la tessera numero uno del partito di Draghi

A prescindere dal risultato del primo turno delle elezioni francesi, c'è un tema importante che, anche alla luce delle prestazioni di François Fillon e di Marine Le Pen, riguarda il destino del centrodestra europeo: che coordinate deve avere in Europa un partito che si rifà alla tradizione popolare e che sogna di arrivare al governo in modo lineare e senza essere cioè costretto a stringere un patto con il diavolo populista? L'argomento è cruciale perché, al di là del risultato della Francia (Macron è stra favorito al ballottaggio contro Le Pen), il pensiero conservatore, in Europa, è destinato a essere sempre più centrale nei prossimi anni. Le elezioni inglesi con ogni probabilità premieranno Theresa May, le elezioni in Germania difficilmente allontaneranno il partito di Angela Merkel dalle posizioni di governo, le elezioni spagnole hanno permesso a Mariano Rajoy di essere ancora saldamente alla guida della Spagna, le elezioni olandesi hanno riconfermato Mark Rutte alla testa del suo paese, le elezioni relative alla presidenza del Parlamento europeo hanno premiato un altro conservatore (Antonio Tajani) e quando si voterà in Italia è molto probabile che il centrodestra guidato (vedremo come) da Silvio Berlusconi sia per la terza legislatura di fila (2008; 2013; 2018) azionista forte di un governo del nostro paese. 

 


I risultati definitivi delle presidenziali francesi


Il problema, dunque, non è “se” il centrodestra moderato è destinato ad avere un peso nel futuro del nostro continente ma è “come” il centrodestra può sfruttare una grande occasione che gli deriva da un fatto storico difficilmente negabile e che vedremo se sarà confermato anche dai risultati francesi: la crisi interminabile della sinistra europea. In Italia, in realtà, la crisi della sinistra ha dimensioni non paragonabili a quelle dei cugini europei (il Pd, per quanto sia in difficoltà, è il partito che, tra quelli progressisti, ha il maggior numero di iscritti in tutto il continente) e per questo la scommessa del centrodestra potrebbe essere particolarmente difficile da realizzare, specie se il nuovo segretario del Pd riuscirà a trasformare in un proprio punto di forza la fuoriuscita dal suo partito del fronte oltranzista degli scissionisti democratici. Nulla naturalmente è facile da prevedere se non un punto importante: un partito che non vuole scassare l’Italia ha il dovere assoluto di non inseguire i populismi cialtroni e a prescindere da quello che sarà il risultato di Marine Le Pen in Francia il centrodestra italiano deve avere la forza di non confondersi con i partiti anti sistema.

 

Il modo più semplice e immediato per farlo sarebbe quello suggerito sabato scorso su questo giornale dal viceministro dell’Economia Enrico Morando – “Forza Italia, la cui vocazione europea non è in discussione, ha possibilità concrete di vincere le elezioni alla guida del centrodestra. Deve però dire senza ambiguità che non governerà con nessuno che chieda un referendum per l’uscita dall’Europa” – e sarebbe bene che su questo tema il Cav. non commetta lo stesso errore commesso da David Cameron, in Inghilterra, alle ultime elezioni: conquistare il governo con un programma importante macchiato da una cambiale folle che ha coinciso con la promessa del referendum sulla Brexit.

 

Un centrodestra che rincorre i populisti rischia non solo di regalare il paese ai populisti (in Italia c’è una simmetria assoluta tra la solidità del centrodestra e la debolezza delle forze anti sistema, e mentre esistono realtà politiche in cui sono forti contestualmente centrosinistra e grillini non esistono realtà politiche in cui sono forti contestualmente centrodestra e grillini). Ma rischia anche di non rendersi conto che nel nostro paese esiste ancora una fetta di elettorato potenzialmente maggioritario che forse è sbagliato considerare “moderato” e che non è sbagliato invece considerare alla ricerca disperata di una forza capace di declinare una rivoluzione riformista.

 

Il centrodestra in Italia non rinascerà con la magia dell’algebra (smettetela di guardare i sondaggi) ma rinascerà solo se riuscirà a far propria l’agenda Draghi. Mettendo insieme tre questioni cruciali sulle quali la sinistra (anche quella renziana) fa fatica a essere coerente: produttività, competitività, europeismo. Dover seguire l’agenda Draghi, per un leader come Berlusconi, che ha concluso la sua ultima avventura a Palazzo Chigi proprio in seguito a una lettera inviata all’Italia da Draghi (insieme con il suo predecessore Trichet), può sembrare un paradosso ma in realtà non lo è. E non lo è per una questione semplice: l’agenda Draghi (alleggerimento quantitativo in cambio di riforme strutturali) è quella che ha permesso all’Europa di far crescere il pil pro capite del 3 per cento negli ultimi due anni, è quella che ha permesso alla disoccupazione di scendere al livello più basso toccato dal maggio 2009 (9,6), ed è quella che ha permesso di far crescere il pil dell’area euro da quattordici trimestri consecutivi.

 

L’agenda Draghi, per dirla in modo chiaro, funziona. E per questo il primo leader che riuscirà a trovare in Italia la chiave giusta per affermare (a) che è una scemenza dire che l’euro non funziona, (b) che è una balla dire che l’Europa è matrigna, (c) che l’anti europeismo è un danno per i paesi che fanno parte dell’Europa, avrà il merito di fare una cosa doppiamente giusta: combattere la post verità economica contribuendo contestualmente a ridurre il terreno sul quale potrà muoversi il populismo di natura peronista. Nei prossimi mesi il partito di Berlusconi è probabile che si faccia guidare dai sondaggi (stop it) ed è probabile che lavorerà per creare un listone unico con le Meloni e i Salvini (jesus) per avvicinarsi alle prossime politiche (in autunno, perché no).

  

Dal punto di vista dell’algebra, il listone unico ha un senso perché potrebbe dare al centrodestra l’illusione (ma solo l’illusione) di avere qualche possibilità di avvicinarsi al 40 per cento, soglia superata la quale scatta, con l’attuale legge elettorale, il premio di maggioranza alla Camera. Dal punto di vista politico, però, il listone unico rischia di essere il più grande regalo ai populisti. Per costruire un’alleanza con i Salvini e con le Meloni, Berlusconi sarà infatti costretto a scendere sullo stesso piano dell’anti europeismo qualunquista. E se rinuncerà a combattere la battaglia per la produttività, la competitività, l’europeismo nel migliore dei casi farà un regalo al Pd. Nel peggiore dei casi farà un regalo alle forze anti sistema. Berlusconi oggi sa perfettamente che la distanza che esiste tra lui e Renzi è infinitamente più piccola rispetto alla distanza che esiste tra lui e Salvini. Comportarsi come se fosse vero il contrario significa non capire che un centrodestra credibile, in Europa, può ampliare il suo bacino di consenso solo a una condizione: costruire un’incompatibilità con le forze politiche irresponsabili e costruire una compatibilità con le forze politiche responsabili. Il cialtronismo anti sistema, Francia o non Francia, volendo si combatte anche così.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.