Tillerson a Mosca

Mattia Ferraresi

“Con noi o con Assad”. Ora l’Amministrazione Trump suona sullo spartito del regime change in Siria

New York. Proclamando che il “regime di Bashar el Assad sta arrivando alla sua fine”, il segretario di stato americano, Rex Tillerson, ha completato la fulminante svolta politica dell’Amministrazione Trump iniziata con l’attacco chimico del 4 aprile nella provincia di Idlib. Martedì Tillerson, in viaggio dalla riunione dei ministri del G7 a Lucca verso Mosca, ha articolato una specie di ultimatum diretto al grande protettore di Assad: “La Russia deve decidere se stare con l’America o continuare ad appoggiare Assad”. Sembrano immersi in un passato remoto i briefing in cui il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, escludeva una virata verso il regime change spiegando ai cronisti che è “piuttosto sciocco non riconoscere qual è la realtà sul campo”, ovvero il regime deprecabile e tuttavia inscalfibile di Assad. Era soltanto una settimana fa. Nel giro di qualche giorno lo stesso portavoce si è trovato a dire che chi getta “barrel bomb” su persone innocenti “vedrà una risposta da parte di questo presidente”, uno standard piuttosto complicato a cui attenersi, visto che il governo siriano ha lanciato circa 13 mila barili esplosivi soltanto nel 2016, ma la repentina metamorfosi dà la misura dei cambiamenti in corso. La Casa Bianca ha caricato di tensioni la visita di Tillerson a Mosca alla ricerca della “finestra di opportunità”, secondo l’espressione usata da Trump e dal primo ministro britannico, Theresa May, per convincere Putin che “sostenere Assad non è più nel suo interesse strategico”. Così la missione di Tillerson si è trasformata da segno di subordinazione verso il grande bullo della geopolitica globale in un pressing a tutto campo per spezzare l’alleanza che tiene in piedi il regime siriano. 

 

Non è un cambiamento da poco per l’Amministrazione che tuttora annovera, in cima ai suoi molti grattacapi, un’inchiesta dell’Fbi sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali, e in particolare indaga sul possibile coordinamento fra il Cremlino e la campagna di Trump. In meno di dieci giorni l’immagine di un presidente in sospetto di alto tradimento che scrupolosamente segue gli ordini di Putin, coadiuvato da un segretario di stato che nel curriculum vanta favolosi affari petroliferi con la Russia, lascia il posto a quella di un furibondo presidente russo troppo impegnato per incontrare Tillerson (per il presidente Sergio Mattarella l’agenda era invece libera). E dire che il segretario è l’americano che ha passato più tempo in privato con Putin dopo Henry Kissinger. Sarà che Tillerson parla a bassa voce ma porta con sé un bastone di dimensioni ragguardevoli, secondo l’adagio di Teddy Roosevelt sulla diplomazia vincente. Il bastone che fa capire l’antifona, in questo caso, è rappresentato dall’attacco con i missili tomahawk alla base siriana che custodiva armi chimiche, segno di risolutezza che una buona parte della Casa Bianca – dove è in corso uno scontro interno che vede in vantaggio chi vuole premere per la destituzione di Assad – interpreta come un cambio di postura. Il bastone nelle mani di Tillerson è ulteriormente ingrossato dal report pubblicato martedì dal Consiglio di sicurezza nazionale che in modo risoluto attribuisce le responsabilità dell’attacco del 4 aprile ad Assad, mentre a Mosca Putin parlava di attacchi dei ribelli e “provocazioni” create ad arte che si ripeteranno presto in altre regioni della Siria per “accusare i funzionari siriani”. Classiche “false flag” orchestrate per giustificare altri interventi militari e montare nuove pressioni diplomatiche. Il documento americano le classifica come “martellamento di ipotesi senza senso” e aggiunge che il Cremlino ha coperto tutto.

 

“Assad ha fatto apparire la Russia non troppo bene”, ha detto Tillerson a Lucca con un colossale understatement, visto che dall’amministrazione continuano a piovere leak anonimi sullo strettissimo coordinamento fra l’esercito siriano e russo nell’attacco nella provincia di Idlib. Ufficialmente, gli Stati Uniti si limitano per il momento a denunciare una responsabilità indiretta della Russia nella strage che ha scatenato la rappresaglia armata. Rappresaglia che si sta trasformando nel primo segmento di una impalcatura strategica più ampia che va in rotta di collisione con la dottrina “America First” cavalcata da Trump. Dal contrattacco in Siria ha guadagnato un paio di punti nei sondaggi, ma ha anche scatenato le ire della destra nazionalista, la sua constituency. Pat Buchanan, nume tutelare di quella corrente, ha scritto che se il presidente cederà ai falchi che lo circondano “la guerra in Siria lo consumerà”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.