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L’Iran è il primo test per l’isolazionismo trumpiano

Il dossier più teso è quello dell’accordo nucleare iraniano firmato da Obama, che ha garantito la fine delle sanzioni americane contro l’Iran in cambio di un congelamento per dieci anni del programma atomico.

12 Novembre 2016 alle 06:15

L’Iran è il primo test per l’isolazionismo trumpiano

Il presidente iraniano Hassan Rohani (foto LaPresse)

Roma. Da quando perfino la columnist del New York Times Maureen Dowd firmò durante la campagna elettorale americana un pezzo titolato “Donald la colomba, Hillary il falco”, l’idea che il presidente eletto Trump sia devoto a un isolazionismo pacifico in politica estera s’è ingranata nel discorso pubblico. In realtà potrebbe non essere così, questo isolazionismo pacifico potrebbe non essere così puro, almeno stando a quanto disse lui stesso nei mesi passati.

 

A marzo, durante un dibattito tra candidati repubblicani, Trump ha sostenuto la necessità di inviare un contingente militare americano “di venti o trentamila soldati” in medio oriente a combattere contro lo Stato islamico in Iraq e in Siria, e a fine maggio ha chiesto “perché non stiamo bombardando come pazzi lo Stato islamico in Libia?”. A proposito dell’Afghanistan ha detto che “è necessario tenere laggiù le truppe americane per un po’, perché vicino c’è il Pakistan che ha armi nucleari e dobbiamo proteggerle”.

 

Il dossier più teso è quello dell’accordo nucleare iraniano firmato da Obama, che ha garantito la fine delle sanzioni americane contro l’Iran in cambio di un congelamento per dieci anni del programma atomico. Non si tratta di un trattato, che avrebbe richiesto l’approvazione di due terzi del Senato, e quindi è modificabile dai presidenti successivi a Obama, e questo è proprio quello che Trump ha annunciato in campagna elettorale parlando davanti all’Aipac, che è la lobby che difende e rappresenta gli interessi di Israele in America. “La mia priorità numero uno è smantellare il deal disastroso con l’Iran, il peggior accordo mai negoziato”, che potrebbe portare a “un olocausto nucleare”.

 

Tom Cotton, senatore repubblicano dell’Arkansas e sostenitore di Trump, dice in un articolo firmato ieri da Eli Lake su Bloomberg News che da gennaio il Congresso comincerà una nuova fase di pressing contro l’Iran. Lo scopo non è azzerare il deal, ma farlo rispettare secondo criteri più rigidi. Per esempio, tre giorni fa l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea) ha scoperto che l’Iran per la seconda volta ha superato i limiti di “acqua pesante” che può possedere secondo l’accordo (l’acqua pesante è il refrigerante usato per raffreddare i reattori a plutonio). Quando era successo la prima volta, a febbraio, l’Amministrazione Obama invece che rilevare la violazione dell’accordo aveva preferito comprare l’eccesso di acqua pesante spendendo 8,6 milioni di dollari. Cotton, e con lui altri repubblicani, sostengono che l’Amministrazione Trump dovrebbe invece  dichiarare la violazione dell’accordo e aprire il confronto con l’Iran, accettando pure il rischio – non immediato – di una fine del deal. Due giorni fa il Cremlino ha dichiarato che l’approccio in politica estera di Trump è “straordinariamente vicino” a quello della Russia, ma è da vedere se lo sarebbe anche in questo caso, considerati gli ottimi rapporti tra Putin e i vertici iraniani – il leader russo un anno esatto fa ha visitato l’ayatollah Ali Khamenei a Teheran e gli ha portato in dono una copia preziosa del Corano.

 

Ieri la rete americana Nbc ha ottenuto una lista con una ventina di persone che potrebbero essere “vetted”, sottoposte a una verifica dei servizi d’intelligence, per poi essere considerate per alcuni posti importanti nella Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump. Tra i nomi ci sono anche quelli dell’ex speaker della Camera Newt Gingrich, dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite John Bolton, dell’ex funzionario della Cia Clara Lopez e del rodato e controverso consulente sul medio oriente di origini libanesi, Walid Phares.

 

“E’ un gruppo di persone molto eclettico”, commenta John Stavridis, ex comandante americano della Nato. “Assieme, affronteranno gli affari internazionali con un’inclinazione verso l’hard power – quindi la forza militare – piuttosto che per il soft power, vale a dire la diplomazia e l’uso della leva economica”. E’ tuttavia ancora troppo presto per avere indizi reali sulla direzione che l’Amministrazione Trump imboccherà davvero.

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