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"Trump non è la fine del mondo", dice al Foglio l'economista McCloskey

Il sistema di pesi e contrappesi (anche politici) che freneranno le esuberanze più pericolose del nuovo presidente. Parla la studiosa che ha appena ricevuto il Premio Bruno Leoni 2016: “E' il nostro Berlusconi-moment”.

9 Novembre 2016 alle 17:35

"Trump non è la fine del mondo", dice al Foglio l'economista McCloskey

Donald Trump (foto LaPresse)

Per Deirdre McCloskey la vittoria di Trump “non è la fine del mondo”. Certo credeva – come tutti – e sperava – al contrario di molti, evidentemente – che avrebbe vinto la Clinton. Però non si dispera: “Non so quanto grossa sia questa perdita, in fondo”. Il punto è vedere che conseguenze avrà, questa vidimazione della “retorica dell’odio”.

 

Deirdre McCloskey è un’economista dell’Università di Chicago. Si è laureata ad Harvard – quando ancora si chiamava Donald, pure lei, ed era un uomo – per poi formarsi con Milton Friedman, proprio negli anni della rivoluzione culturale degli anni Settanta che partorirà la rivoluzione politica degli anni Ottanta. Nel tempo si è distinta per le sue analisi sagaci e contrarian coniugate a uno stile e a un linguaggio letterario, caso piacevolmente insolito per una “cliometrista” (la cliometria studia la storia economica con metodi quantitativi).

 

In questi giorni era a Milano per ritirare il Premio Bruno Leoni 2016, conferito ogni anno ai “freedom fighters” del mondo dall’omonimo think-tank torinese. Intervistata dal Foglio si mostra sorpresa del risultato, come tutti. Recita "L’infinito" di Leopardi a memoria – “ho anche visitato l’ermo colle” – e parlando dell’Italia non si lascia sfuggire quello che stanno pensando in tanti, a Roma come a Washington: “E' il nostro Berlusconi-moment”. Non si beve la solfa di crooked-Hillary, che a dispetto del ritratto che ne hanno dipinto alcuni grandi media, per la gioia di molti elettori, “è una persona onesta”.

 

“In fin dei conti gli Stati Uniti sono un paese conservatore. L’idea di una donna presidente era maldigerita di per sé, fin dal principio”. L’entourage repubblicano – “che la odia visceralmente da quando ha messo piede sulla scena politica” – ha preferito ipotecare i propri valori fondativi, piuttosto che vedersi all’opposizione per altri 4 anni. Ma la colpa è anche di Bernie Sanders, “che ha mollato l’osso troppo tardi”: il dado ormai era tratto, e Hillary “l’amica di Wall Street” era già stata spinta sul patibolo dagli acclamati boia del popolo. Uno dei quali, adesso, è Presidente.

 

“La Clinton è una persona che ha sempre avuto a cuore il suo paese, gli ultimi, gli emarginati. E per questo la ammiro. Naturalmente ha sempre cercato di aiutarli nel modo sbagliato, cioè col socialismo strisciante, perché è una Democratica”. Il peccato originario della Clinton, per una liberal-liberista come la McCloskey, sarebbe dunque “un errore intellettuale”, sicuramente più perdonabile “delle manifeste cattive intenzioni di Trump”.

 

In ogni caso si può gioire del fatto che il nuovo assetto parlamentare, con entrambi i rami a maggioranza repubblicana, difficilmente avallerà le strambe promesse elettorali di The Donald. Se “il movimento”, quella “Alt-Right” di cui ha scritto qualche settimana fa l’Economist, si è da oggi materializzato nello Studio Ovale, sul territorio i repubblicani eletti al Congresso e al Senato rimangono repubblicani. Cioè: liberisti, transnazionalisti, pro-commercio, pro-industria, pro-globalizzazione. L’esatto contrario del neo Commander-in-Chief.

 

Per le questioni più “visibili” e “sentite”, come i grandi trattati commerciali e le guerre ad alto tasso di export occidentalista, questi repubblicani assolutamente mainstream dovranno procedere col silenziatore. Manterranno un profilo basso, insomma, ma solo all’inizio. La politica estera isolazionista proposta da The Donald è “probabilmente l’unica cosa positiva della sua vittoria”: la Clinton avrebbe continuato ad attaccar briga in giro per il mondo, “come tutti i suoi predecessori”. Mentre è preoccupante la probabile nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema: “le conquiste etico-sociali degli ultimi anni potrebbero essere vanificate”. Per mano di un presidente, tra l’altro, intimamente liberal.

 

Ciò che più preoccupa la McCloskey è però l’inversione di marcia ideologica che questa elezione sembra ufficializzare, per lei che è autrice di una monumentale - e pregevolissima - trilogia sulla storia economica dell’età borghese. Quello che chiama “il Grande Arricchimento”, e cioè l’aumento senza precedenti della ricchezza prodotta dall’Occidente a partire dal XIX secolo, è stato reso possibile “non tanto dalle rivoluzioni scientifiche o dal commercio mondiale, ma dalle idee”. O meglio dalla liberazione delle idee. Il nuovo assetto socio-culturale avviatosi con la Rivoluzione industriale, con la borghesia in espansione come ceto produttivo - “e che la borghesia sia produttiva lo diceva pure Marx” - ha permesso una crescita della ricchezza mondiale compresa tra il 3000 e il 10000 per cento.

 

Il problema è che questa nuova libertà delle idee, con l’inevitabile libertà di esprimerle che ne deriva, ha portato molti uomini a rinnegare - o meglio “a non capire” - l’assetto sociale che ne è la naturale valvola di sfogo. Ovvero la società borghese e liberale, cioè tollerante. Trump è il prodotto di tutti questi anni di “malacomprensione”. E’ il risultato dei decennali capricci di un bambino che non capisce il senso di certi fatti del mondo. Sbatte i piedi, rinuncia a capire e alla fine si chiude nel rifiuto di ascoltare. Rabbioso. Nella Casa Bianca.

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