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La finta innocenza di Mosul

Nord dell’Iraq, dal nostro inviato. Io nel 1945 non c’ero, ma da quello che ho sentito e ho letto in Italia le cose stavano così: nessuno ammetteva di essere stato fascista, tutti si vantavano di essere stati partigiani.

8 Novembre 2016 alle 21:42

La finta innocenza di Mosul

Un video dello Stato islamico con le immagini delle esecuzioni dei ribelli a Mosul (foto dall'archivio di Daniele Raineri)

Nord dell’Iraq, dal nostro inviato. Io nel 1945 non c’ero, ma da quello che ho sentito e ho letto in Italia le cose stavano così: nessuno ammetteva di essere stato fascista, tutti si vantavano di essere stati partigiani. Mi è venuta in mente la stessa situazione in queste prime settimane passate attorno a Mosul, durante l’avvicinamento circolare alla capitale di fatto dello Stato islamico intrapreso dalle forze che vogliono cancellare il gruppo dall’Iraq, da est e nord i peshmerga curdi e le forze speciali, da sud l’esercito del governo, da ovest le milizie sciite, e dall’alto gli aerei dell’aviazione americana. Tutti i sunniti che ho incontrato in fuga dal Califfato, alcuni appena dopo che avevano attraversato la terra di nessuno tra gli estremisti e i soldati, altri mentre invece riflettevano a freddo in situazioni più comode, tutti hanno ripetuto uno stessa frase refrain che mi ha colpito molto e che suona così: “Noi non sapevamo cosa fosse davvero lo Stato islamico quando ha occupato Mosul nel giugno 2014. Soltanto dopo abbiamo capito quali erano le sue reali intenzioni, soltanto quando ormai era troppo tardi per ribellarsi, perché ormai avevano l’intera città sotto il loro controllo, abbiamo compreso davvero cosa fosse. Era però troppo tardi per scrollarseli di dosso”. A questo punto si aggiunge spesso una specificazione non richiesta sul ruolo dominante dei combattenti stranieri: “Erano tunisini, ceceni, siriani, afghani…”.

 

Questa stessa cosa mi è stata detta da sunniti di ogni estrazione, da quelli che avevano qualche titolo di giustificazione per la loro incapacità di vedere la tempesta in arrivo nel 2014  – perché abitano in villaggi di contadini senza neanche l’asfalto – a quelli che invece avevano ogni mezzo per comprendere, per esempio il figlio di un professore universitario. In un ristorante di Erbil mi ha spiegato che lui e suo padre, che è ancora dentro Mosul, per i primi mesi non avevano capito nulla, non riuscivano a vedere lo Stato islamico per quello che è: una giunta militare che segue un’interpretazione durissima del Corano, combatte per ripristinare la schiavitù, crede nella necessità storica di attentati di massa in Europa e negli Stati Uniti e pianifica la morte crudele di tutti i suoi oppositori – fossero anche milioni. Davanti a domande più precise, tipo “Come facevate a non sapere?”, le risposte diventano vaghe, elusive.

 

La liberazione di Mosul sarà una battaglia che durerà mesi, regalerà momenti commoventi e già pronti per format giornalistici a presa rapida come la donna che getta al vento il velo integrale e l’uomo che s’accorcia la barba – dove quelli dell’Isis infilavano una penna per controllare che fosse folta il giusto, e guai se la penna fosse caduta – ma sarà anche un momento di grande imbarazzo per il milione e mezzo di sunniti che vi abitavano e abiteranno. Il fatto è che nel giugno 2014, quando Mosul fu presa, non si poteva non sapere. Lo Stato islamico già da un anno aveva occupato Raqqa, in Siria, da sei mesi aveva preso Fallujah in Iraq, e aveva conquistato innumerevoli altri luoghi, e si era comportato da Stato islamico fin da subito: esecuzioni in piazza, annunci di piani di guerra per espandere i suoi confini, minacce di morte contro una vasta gamma di rivali – anzi più che vasta, in pratica tutti coloro che non sono lo Stato islamico. In più, non si può dire di non sapere cosa fosse lo Stato islamico proprio a Mosul, che da anni, a partire dal 2008, è la culla dello Stato islamico come lo conosciamo oggi. Lo Stato islamico possedeva quella città da molto tempo prima del giugno 2014, la controllava, era dappertutto, esercitava un potere fluido e invadente in ogni campo, al punto che costrinse la compagnia che gestiva la luce elettrica ad abbassare la tariffa per compiacere la popolazione.

 



In un video dello Stato islamico le riprese fatte con un drone mostrano la folla durante un esecuzione a Mosul (foto dall'archivio di Daniele Raineri)


 

Lo Stato islamico a Mosul aveva preso il posto che in una città convenzionale appartiene alla malavita, soltanto era più potente e invadente. E un abitante di Mosul che oggi dice di non sapere cosa fosse lo Stato islamico è un po’ come un abitante di Corleone che dicesse di non sapere cos’è la mafia, corre il rischio di rimane per sempre così, con lo sguardo fisso sulla sua bugia, inchiodato dalle sue parole in qualche punto a metà tra la tragedia e la macchietta.

 

Per questo, mentre ricordo l’ingresso con un convoglio di mezzi blindati dell’esercito iracheno in un villaggio appena liberato dallo Stato islamico a sud di Mosul, non riesco a far meno di pensare a un libro uscito nel 1996, scritto dallo storico americano di origine tedesche Daniel Jonah Goldhagen, intitolato “I volenterosi carnefici di Hitler”. La tesi del libro è che i tedeschi ordinari non soltanto sapevano, ma sostenevano anche la “soluzione finale “ contro gli ebrei, e si schiera contro la visione storica convenzionale di un popolo tedesco che al fondo era incredulo e inconsapevole dei piani di sterminio – reali, realissimi – della gerarchia nazista. Goldhagen scrive che l’evolutissimo popolo tedesco che apprezzava Goethe e le serate a teatro conteneva però in sé una predisposizione feroce, per fattori culturali meno pubblicizzati di Beethoven ma comunque inchiodati nella psiche collettiva, alla guerra razziale contro gli ebrei. Per questo, i nazisti non avevano fatto altro che portare alla luce quello che in Germania c’era già, sebbene sommerso e ancora mai esplicitato. La domanda che oggi dovremmo porci è: vale lo stesso per questa area enorme di Mosul, e i suoi abitanti, e lo Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi? Quando Baghdadi pronunciò il suo sermone famoso nella Grande moschea di Mosul, nel luglio 2014, il suo servizio di sicurezza mise in funzione un congegno che schermava le zone dalle comunicazioni con i telefonini: per qualche ora nessuno riuscì a usare il cellulare. Era una misura adottata in modo da prevenire chi – per ipotesi – avesse pensato di avvertire che il capo dello Stato islamico, l’uomo più ricercato del medio oriente, stava parlando dentro l’edificio. C’era davvero bisogno? Oggi, dopo due anni e mezzo di occupazione, la risposta è chiara: sì, i baghdadisti fecero bene ad azzerare le comunicazioni quel giorno. Difatti oggi avere un telefonino dentro Mosul e farsi beccare equivale a una condanna a morte.  

 

All’arrivo dei soldati, mentre si smonta dai mezzi, ci viene incontro la delegazione degli anziani del villaggio (si dice villaggio, ma sono migliaia di persone), è il massimo onore possibile. Anziani in arabo si dice shuyukh, che è il plurale di sheikh, sceicco, sinonimo di personaggio autorevole e rispettato. Vado dietro la casa e ci sono le donne che stanno preparando un grande pranzo rituale in segno di benvenuto – nelle zone rurali di Mosul la divisione dei ruoli è ancora ostinatamente radicata –  vassoi di metallo con carne e pecora molto bollita, bambine vestite a festa (sono colori bellissimi, prima che cali per sempre il velo).

 

Sono quasi le quattro del pomeriggio, è quasi l’imbrunire e non si può stare con il buio – per timore degli attacchi dello Stato islamico – ma comunque si accetta: gli ufficiali si siedono assieme agli anziani del villaggio, i giornalisti pure – il giornalista scrocca un pranzo in qualsiasi circostanza – i bambini fanno un muro compatto e curioso dietro e i soldati sui mezzi attendono con le armi in braccio. La carne di pecora bollita con l’osso è un po’ glutinosa, va staccata con una mano (perché infilarle entrambe nel vassoio comune sarebbe considerata una goffaggine da novizio) infilata in un pezzo di pane assieme al riso e portata alla bocca. Quanti di questi anziani seduti attorno ai vassoi due giorni fa dicevano “Baqiya!”, il motto dello Stato islamico che vuol dire “resterà per sempre!”? Quanti di questi bambini che adesso fanno il segno della V con le due dita mentre passiamo ancora due giorni fa puntavano al cielo l’indice, segno del tawheed, il monoteismo, che fa gioire i combattenti dello Stato islamico?

 



Un video dello Stato islamico mostra le immagini delle esecuzioni dei ribelli a Mosul (foto dall'archivio di Daniele Raineri)


 

Quando gli americani nel 2008 riuscirono a stabilizzare l’Iraq e a far crollare il numero mensile degli attacchi e degli attentati, soltanto una zona continuò a restare off limits, troppo pericolosa: Mosul. Mentre nel feudo dello Stato islamico, la provincia occidentale di Anbar, i clan locali si ribellavano ai diktat degli islamisti, e mentre la stessa cosa succedeva in altre zone ad altissima infestazione – tipo la campagna a sud di Baghdad, o la provincia di Diyala – Mosul rimase totalmente estranea a quel fenomeno: non ci fu sollevazione locale contro gli estremisti, non ci fu la nascita di milizie armate locali per combattere contro lo Stato islamico, non ci furono i cosiddetti consigli del Risveglio, le unità sunnite che estirparono i jihadisti in collaborazione con gli americani. Mosul rimase tanto potente, nella cartina dello Stato islamico, che nel 2010 l’emiro locale Abu Bakr al Ansari divenne l’emiro dell’intera organizzazione con il nome di Abu Bakr al Baghdadi. Gli shuyukh del villaggio ci onorano con la loro ospitalità, ma in questa zona davvero pochi hanno preso le armi contro gli “oppressori”.

 

Pochi ricordano l’invasione di Mosul da parte dello Stato islamico nel giugno 2014, ma il dato di fatto è che nemmeno i guerriglieri credevano che sarebbe caduta così facilmente. Avevano pianificato un raid dentro la città con 800 uomini, per mettere in difficoltà l’esercito iracheno e costringerlo dentro le sue basi, per obbligarlo a stare sulla difensiva. Sarebbe già stato un successo enorme. Invece presero la città. Immaginate se 800 combattenti dell’Isis si presentassero in un qualsiasi luogo del mondo diverso da Mosul, credete che cadrebbe con la stessa facilità? Anche la celebre fuga dell’esercito iracheno, che si dissolse in poche ore davanti all’avanzata e abbandonò la città in fretta lasciando indietro divise, armi e veicoli, può di certo essere spiegato dalla scarsa qualità dei soldati e degli ufficiali, ma anche da una sensazione che torna in ogni intervista fatta loro in quel periodo: vale davvero la pena difendere una città che non ti vuole?

 

E’ vero che i soldati di guarnigione a Mosul, in maggioranza sciiti, hanno commesso angherie e violenze contro la popolazione locale (ci sono dei rapporti ben redatti da parte di Amnesty precedenti al 2014, poi travolti dalla grandezza degli eventi successivi) ma è anche certo che nel giugno di due anni fa fossero ormai consapevoli che, a confronto con lo Stato islamico, erano loro a essere trattati come un esercito occupante, e non gli estremisti. Vale anche in questo caso la regola d’oro delle insurrezioni e delle guerriglie: se la popolazione locale ti appoggia hai già mezza vittoria in tasca, se invece ti è ostile allora le tue possibilità di prevalere sono risicatissime.

 

Se anche gli abitanti di Mosul speravano che il potere del governo cadesse e che il controllo dell’esercito svanisse, perché tifare proprio per lo Stato islamico – che dove s’instaura porta punizioni crudeli e attira raid aerei? Alcuni mosulawi, cittadini di Mosul, sostengono la tesi del grande equivoco in cui sarebbero incappati a proposito della vera natura dell’armata di Baghdadi: credevano fosse un non meglio definita iniziativa sunnita di lotta contro il governo a maggioranza sciita di Baghdad, un movimento armato che avrebbe preso le loro parti contro i soldati. Altri, sottovoce, danno una spiegazione più realistica: i mujaheddin dello Stato islamico erano l’arma atomica che sta sullo sfondo e fa da elemento deterrente in ogni negoziato, erano il rischio estremo evocato per mettere pressione agli interlocutori, erano i pazzi che fanno da sponda a ogni lamentela dei sunniti normali diretta al governo. “Vedete? Se non ci ascoltate, allora chiuderemo un occhio con i fanatici, li lasceremo fare, non ci schiereremo contro di loro, torneranno forti come nel 2006”. In questo schema di gioco, lo Stato islamico ha preso le fattezze di un fenomeno naturale: non puoi controllarlo, puoi sperare che faccia danni ai tuoi rivali e non a te. Il problema è che, se questo era il piano, ai sunniti del nord  dell’Iraq il gioco sunnita buono-sunnita cattivo è sfuggito di mano, l’apprendistato stregonesco è finito in disastro: lo Stato islamico non è rimasto a fare il suo ruolo di spauracchio, ha preso tutta la scena, è diventato il dominatore. Un minimo di risultato, va detto, c’è stato: prima di intervenire in Iraq con gli aerei, l’Amministrazione Obama ha preteso e ottenuto le dimissioni da primo ministro di Nouri al Maliki, troppo inviso ai sunniti e troppo di ostacolo alla riconciliazione nazionale. Di questo dovrebbe tenere conto chi oggi dice che in fondo le battaglie di Aleppo e di Mosul si somigliano.

 

Questo dubbio sulla connivenza con i terroristi non vale, s’intende, per tutti i mosulawi, alcuni dei quali hanno resistito per più di due anni con coraggio all’occupazione baghdadista e hanno collaborato con gli americani e con i governativi a rischio della vita per far passare all’esterno informazioni militari. Un soldato sunnita spiega al Foglio quanto era difficile per uno nelle sue condizioni fare la guerra allo Stato islamico fino a pochi mesi fa. Alcuni commilitoni sciiti lo guardavano con sospetto, alcuni sunniti lo considerano come un traditore.

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