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Se l’Isis teme Israele, allora l’occidente ha qualcosa da imparare

La preoccupazione principale di Gerusalemme è quella di esercitarsi in uno sforzo di deterrenza sufficientemente deciso, persuadendo il maggior numero di nemici della “inutilità di continuare a combattere” e ricordandogli sempre “i risultati degli scontri precedenti”. Le differenze con gli appelli retorici dei leader occidentali – di Marco Valerio Lo Prete

11 Ottobre 2016 alle 20:30

Se l’Isis teme Israele, allora l’occidente ha qualcosa da imparare

(foto LaPresse)

Roma. Nel gennaio 2014, in un’intervista al New Yorker, Barack Obama parlò così dello Stato islamico (Isis): “Se una squadra di basketball composta dalle riserve del college indossa le uniformi dei Lakers, questo non ne fa automaticamente un gruppo di Kobe Bryant”. Una dichiarazione irridente ma azzardata, visto che proprio in quel gennaio 2014 l’Isis conquistò la città irachena di Falluja e la capitale della stessa provincia di Anbar, Ramadi. Così quelle parole sono divenute uno dei simboli del fallimento obamiano nell’affrontare l’insurrezione islamista che poi non ha mancato di colpire anche all’interno dei confini americani. A nessuno invece è mai venuto in mente di ironizzare sulle parole di Amos Yadlin, già capo dell’intelligence militare israeliana, che in modo sarcastico aveva descritto così l’Isis: “In fin dei conti, stiamo parlando di qualche migliaio di terroristi senza freni che vanno a bordo dei loro pick up, sparando con i loro kalashnikov e le loro mitragliatrici”.

 

Se tali parole sono giudicate più consapevoli e credibili di quelle di Obama, è perché si fondano su una strategia degna di tale nome. E’ quella illustrata dal generale Gadi Eizenkot, capo dell’esercito israeliano che per la prima volta nella storia nel 2015 ha reso nota una versione sintetica delle “linee guida” dell’esercito di Gerusalemme, l’Israeli Defence Forces (Idf), una nota passata inosservata fino a quando il Belfer Center dell’Università di Harvard non ha deciso di tradurla in inglese.  La deterrenza nei confronti di attori terroristici e semi statuali – come Israele giudica Hezbollah, Hamas e più di recente lo Stato islamico – viene applicata combinando una superiorità militare schiacciante e una reputazione da Padrino delle relazioni internazionali, ha scritto Graham Allison (direttore del Belfer Center) sull’ultimo numero della rivista National Interest. Il Padrino “prende ogni offesa sul personale”, come il personaggio Don Vito Corleone del romanzo di Mario Puzo, che così parla del suo protetto Michael: “Persino se fosse colpito da un fulmine, qualcuno dei presenti ne sarebbe responsabile. E allora io non perdono”.

 

Per citare il generale Eizenkot, “Israele deve essere percepito (da questi gruppi terroristici, ndr) come un nemico imprevedibile che può reagire in maniera molto drastica”. La preoccupazione principale di Gerusalemme è quella di esercitarsi in uno sforzo di deterrenza sufficientemente deciso, persuadendo il maggior numero di nemici della “inutilità di continuare a combattere” e ricordandogli sempre “i risultati degli scontri precedenti”. A differenza dei leader occidentali, che alla sottovalutazione iniziale dell’Isis hanno sostituito appelli retorici alla distruzione del Califfato, Israele ha fatto in modo di ricordare a Hezbollah e a Hamas le loro responsabilità per economia, educazione e vita quotidiana delle persone che vivono sotto di loro: “All’improvviso non si azzardano a ricorrere al terrore ogni singolo giorno”.

 

L’apparato di sicurezza del paese è consapevole di non riuscire a impedire in questo modo – affiancato certo da prevenzione, difesa e repressione più classiche – ogni singolo attacco, come dimostra l’attentato di domenica scorsa a Gerusalemme (due morti, oltre al terrorista). Tuttavia, al netto della propaganda anti Gerusalemme dell’Isis, è indubbio che i suoi discepoli attivi a ridosso del confine israeliano, sia nel Sinai sia nel Golan, si sono finora guardati dall’attaccare lo stato ebraico. “Semplicemente, perderebbero”, ha detto una volta Benny Gantz, capo delle forze israeliane dal 2011 al 2015. Probabilmente oggi l’occidente ha atteso troppo per poter praticare un simile tipo di deterrenza nella lotta anti Isis, conclude Allison, ma la lezione israeliana potrà tornare utile “quando si farà vivo il prossimo Stato islamico o la prossima dozzina di mutazioni di questo cancro”.

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