cerca

Shakespeare non parla multikulti

Nel 2066 l’Inghilterra del melting pot non userà più il suono “th”.

5 Ottobre 2016 alle 06:13

Shakespeare non parla multikulti

Londra, quaranta sculture africane nel cortile di Somerset House (foto LaPresse)

Nel 2066, i linguisti prevedono che il suono “th”, il marchio distintivo dell’inglese, svanirà completamente a Londra, perché ci sono così tanti stranieri che non sanno pronunciare le consonanti interdentali. E’ l’avvento del “Multicultural London English”, fortemente influenzato dagli immigrati dei Caraibi, dell’Africa occidentale e delle comunità asiatiche, e che prende il posto del celebre e universale “Estuary English”, quello originario dell’estuario del Tamigi.

 

Nel giro di pochi decenni, l’immigrazione avrà modificato profondamente il linguaggio, secondo gli esperti dell’Università di York. Il suono “th” è destinato a essere sostituito dalla “f”, “d” e “v”, il che significa che “mother” sarà pronunciato “muvver”. Altre modifiche previste per il 2066 includono lo “yod dropping”, in cui la “u” viene sostituita con lo “oo”. Ciò significa che “Duke” diventa “dook”, “news” si pronuncia “nooze”. Allo stesso modo la “l” alla fine delle parole verrà abbandonata in modo che le parole “Paul” e “pool” suoneranno tutte allo stesso modo. “Text” perderà la “t” finale per diventare “Tex”. La Cattedrale di San Paolo (Saint Paul) cessa d’essere Saint Paul e diviene “Saint Po”. Il numero tre, “three”, è pronunciato “ri”, le cose, “things”, diventano “fings”.

 

Un fenomeno che conferma la crescente erosione delle “caste” britanniche, soprattutto nel grande spazio centrale dove albergano le varie middle classes, con tutte le loro suddivisioni. Una rivoluzione era già avvenuta quando era scomparso l’inglese di Oxford o della Bbc ed era rimasta soltanto la “Received Pronunciation”, la pronuncia standard, usata dai più, dalla regina come dal funzionario di banca. E’ vero anche che è da cinquecento anni che i volgarismi arricchiscono la lingua inglese e ne diventano parte. Senza questo fecondo contributo, l’inglese antico non sarebbe mai cresciuto fino a diventare la lingua di Shakespeare. Ma questo nuovo studio non è un mero esercizio di linguistica: ci dice dell’impatto profondo che l’immigrazione di massa sta avendo nelle società europee ad avanzato multiculturalismo. Un impatto che non si avverte soltanto nelle mense scolastiche di Stoccolma, nelle vignette dei giornali di Parigi, negli indici di natalità a Milano, nelle strade di Colonia, ma anche nella semplice fonetica della lingua più universale che sia mai stata creata.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi