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La guerra contro l’Isis passa anche dalla definizione del genocidio yazida

Finora non esiste una procedura internazionale contro lo Stato islamico con l’imputazione di genocidio. E’ assurdo, se si pensa a quanti parlamenti e organismi internazionali hanno votato che la persecuzione degli yazidi è giuridicamente un genocidio (il Congresso americano all’unanimità).

8 Agosto 2016 alle 15:11

La guerra contro l’Isis passa anche dalla definizione del genocidio yazida

Yazidi (foto LaPresse)

Caro direttore, vorrei fare tre osservazioni al tuo intervento che mette giustamente al centro la questione yazida. Le mie osservazioni riguardano la situazione degli yazidi nel loro territorio iracheno di provenienza, solo in parte riconquistato al Califfato; la questione del genocidio e del tribunale penale internazionale; e infine la vexata quaestio della guerra di religione. Commemorando il 3 agosto il secondo anniversario dell’inizio della loro agonia, gruppi di yazidi sono tornati nella loro città principale, Shingal, nell’antico santuario di Sharfadin e sul monte Sinjar della loro tragica fuga. Per la prima volta la commemorazione ha potuto svolgersi nei luoghi liberati. Ma Shingal è una rovina inabitabile anche per i pochi disposti a tornarci con l’Isis ancora vicino e minaccioso. E anche una volta liberata Mosul e l’intera provincia di Ninive, che è il piano principale della coalizione e il grande sogno di chiunque abbia sentito la ripugnanza per l’oltraggio fatto a quei luoghi mirabili, gli yazidi in gran maggioranza sentono di non essere più disposti a vivere in vicinanza con gli arabi sunniti. Non potremo mai più fidarci, dicono.

 

Questa, che annoverano come la loro 73esima persecuzione, vuole cancellarli dalla faccia della terra. Che cosa avverrà “dopo”, degli yazidi che non saranno migrati definitivamente nei paesi in cui la loro diaspora ha una presenza maggiore, l’Armenia, la Germania, oltre che in Iran, Siria e Turchia? Alcuni chiedono di essere costituiti in provincia autonoma, sottratta alla provincia di Ninive, e federata col KRG, il Kurdistan formalmente iracheno. C’è una complicazione, resa evidente dalle commemorazioni di mercoledì, cui hanno partecipato con le autorità curde di Erbil le rappresentanze militari del PKK, il partito turco-curdo che ha la sua dirigenza e le sue basi nel KRG, sui monti Qandil, quotidianamente bombardate dall’aviazione della Turchia che dichiara il PKK terrorista, seguito da Unione Europea e Stati Uniti. E hanno partecipato anche gruppi curdo-siriani maschili e femminili, YPG e YPJ, legati al PKK e protagonisti della resistenza del Rojava.

 

E ancora le Unità di resistenza del Sinjar, YBS, formazioni di volontarie e volontari yazidi addestrati dal PKK. C’erano anche sporadiche guardie in divisa irachena, tanto per far figura. Il fatto è che i combattenti del PKK e del PYD curdosiriano furono i veri protagonisti della prima resistenza all’avanzata dell’Isis da Mosul al Sinjar, di fronte a una iniziale rotta dei peshmerga del KPD di Erbil. Il ritorno in forze dei peshmerga, che hanno avuto un ruolo essenziale nella riconquista di Shingal a novembre, non ha impedito che la presa del PKK e del PYD sulla zona si consolidasse, così come una meritata popolarità fra gli yazidi. Il PKK ha anzi avanzato da tempo per sé la rivendicazione di un “cantone” di Sinjar, vista naturalmente come il fumo negli occhi dal PDK e dal presidente Barzani. (Sono migliori i rapporti col PKK dell’altro partito-dinastia del Kurdistan, il PUK di Suleimanya e Kirkuk). Così, nelle commemorazioni ufficiali dell’altroieri, si issavano a gara gigantografie di Barzani e di Ocalan. La complicazione è la cifra della regione, che ha però il merito indiscutibile di ospitare un numero enorme di rifugiati e sfollati.

 

Il secondo punto riguarda l’assenza, finora, di una procedura internazionale contro l’Isis con l’imputazione di genocidio. E’ assurdo, se si pensa a quanti parlamenti e organismi internazionali hanno votato che la persecuzione degli yazidi è giuridicamente un genocidio (il Congresso americano all’unanimità). Anche il Foglio potrebbe affiancare le tante mobilitazioni internazionali per l’apertura di un’indagine. La prima cosa da fare sarebbe una verifica delle condizioni richieste. Il Tribunale Penale Internazionale, che non ha aperto finora l’indagine, ha spiegato per voce del suo procuratore che l’Iraq non è “Stato Parte” e che non sono arrivate segnalazioni da Stati Parte tali da giustificare l’azione investigativa. Profano come sono, mi sconcerta leggere che il Procuratore può di sua iniziativa aprire un’indagine. Nel marzo 2015 fu un rapporto dell’Alto Commissariato Onu ai diritti dell’uomo ad accusare l’Isis di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio, sollecitando il Consiglio di Sicurezza a investirne il Tribunale Internazionale.

 

Il Parlamento europeo ha fatto lo stesso, unendo nella denuncia del genocidio “cristiani, yazidi e altre minoranze” (la distinzione in questioni simili è più utile, oltre che giustificata da differenze reali). Bisogna ricordare che investire la Corte Penale Internazionale non è un gesto simbolico: vuol dire dotare l’indagine da tempo aperta da tenaci e poveri magistrati curdi di risorse materiali e competenze di cui sono privi (compreso il patrimonio di conoscenze genetiche nel riconoscimento dell’identità delle vittime che si è accumulato dall’Argentina dei desaparecidos ai Killing Fields cambogiani, a Srebrenica…). Infine, la guerra di religione. E’ impensabile che si chiami altrimenti che Guerra di religione l’infamia del Califfato che stermina e asserve in nome di Dio. Ma dovrebbe essere altrettanto impensabile chiamare la nostra reazione – quella che c’è e quella che purtroppo non c’è – guerra di religione. Capisco che è una totale ovvietà. Tanto vale ribadirlo.

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