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Tante correnti e poca autocritica. La crisi di Podemos vista dall’interno

Jorge Moruno, tra i fondatori della formazione spagnola, spiega quali saranno le prossime mosse degli antisistema dopo la batosta alle elezioni

22 Luglio 2016 alle 15:10

Tante correnti e poca autocritica. La crisi di Podemos vista dall’interno

Pablo Iglesias circondato dai cronisti nel giorno della prima riunione del Parlamento spagnolo dopo il voto del 26 giugno (Foto LaPresse)

Il secondo esordio di Podemos alla Camera dei deputati spagnola è stato decisamente meno esotico rispetto a qualche mese fa. Martedì è cominciata una nuova tappa (secondo Pablo Iglesias molto meno “sexy”) della XII legislatura della storia democratica spagnola, ma il nuovo corso elettorale ha avuto poco a che fare con “l’assalto al cielo” messo in scena dal partito viola lo scorso mese di gennaio. Fin dal 26 giugno, la notte delle elezioni, quando la coalizione di Podemos e Izquierda Unida ha perso oltre un milione di voti.

 

“Una cosa è certa: 2+2 non ha dato 4”, dice al Foglio Jorge Moruno (nella foto a destra), spin doctor e cervello di Podemos, oltre che uno dei fondatori della formazione. Moruno ha vissuto sempre all’ombra delle figure più in vista del partito, ma all’interno di Podemos è “jefe de discurso”: il messaggio politico di tutte le campagne elettorali porta la sua firma. Gran difensore dell’identità trasversale del partito propugnata del numero due di Podemos, Iñigo Errejón, Moruno, che è sociologo di formazione, riconosce l’esistenza di “un dibattito interno” sulla strategia in Podemos, ma rispettando la “lealtà” del progetto.

 

“Non c’è uno scisma”, dice al Foglio. Eppure il partito, che doveva liberare Las Cortes dalle politiche d’austerity del premier uscente, e oggi facente funzioni, Mariano Rajoy, sta attraversando una crisi profonda: da una parte gli “errejonistas”, dall’altro i “pablistas”, fedeli al leader Pablo Iglesias. Senza contare la frangia anticapitalista dell’andalusa Teresa Rodríguez. Gli animi sono mesti, e l’amicizia tra Iglesias ed Errejón sembra sempre più compromessa. A marzo, le dimissioni in blocco di nove dirigenti regionali affini a Errejón sono finite con la cacciata istantanea di Sergio Pascual, segretario dell’organizzazione e fedelissimo errejonista, e una traumatica crisi aperta tra il segretario politico e Pablo Iglesias. Entrambi devono controllare la federazione di Madrid, perché è il cuore del partito, ma temono un duello aperto che eroda il movimento in un momento già molto delicato.

 

I fuochi poi divampano su più fronti. A Valencia la deputata viola Sandra Mínguez è stata destituita dal suo segretario generale. In Galizia la corrente critica la posizione ufficiale in merito alle alleanze del partito centrale, in vista delle elezioni regionali. Qualche scintilla s’è accesa anche in Andalusia. Perfino la sindaca-vessillo di Madrid, Manuela Carmena, ha rimbrottato contro il partito per la “poca flessibilità” e la “poca capacità di negoziazione” dopo le elezioni di dicembre.

 

“E’ finito un ciclo” spiega Jorge Moruno. “Podemos deve decentralizzarsi, deve essere più empatico, meno verticale, aprirsi al territorio. Dobbiamo passare dalla macchina da guerra elettorale a quella culturale”. Sarà il caldo soffocante di luglio, ma la sede del partito a calle Princesa, a Madrid, è vuota. Giusto un paio di giovani al pc. E una piccola stanza con un ristretto dibattito in corso. “Si tratta di rivedere il modello organizzativo e le priorità del movimento. Serve un lavoro quotidiano molto più efficace, meno seducente e spettacolarizzato di quello che abbiamo fatto finora”, continua il responsabile del discorso politico del partito.

 

Le voci che circolano in merito ad una prima grande assemblea nazionale sono fondate. Podemos si riunirà in autunno per dare una nuova direzione e “costruire le basi del movimento popolare dal basso”. Forse con un nuovo leader? “Nessuno è indispensabile ma Pablo (Iglesias) è fondamentale. Podemos non potrebbe spiegarsi senza la sua figura” precisa Moruno. Federalizzare il partito, ma con gli stessi vertici, insomma.

 

E quindi qual è l’autocritica? “E’ difficile trovare una sola ragione per spiegare quello che è successo alle urne. C’è stata la Brexit, la campagna della paura, ci hanno accusato di una mala gestione delle negoziazioni. Ci siamo affidati troppo ai sondaggi. Più che fare una diagnosi sul passato, credo che serva guardare il futuro facendo una prognosi, per correggere gli errori”. L’idea, secondo Moruno, è quella di tornare a scendere in strada, di riprendere le fila del lascito del movimento degli indignados. Ma non tutti potrebbero essere d’accordo. A partire dal leader del movimento. Al momento la sua anima comunista batte più per il nuovo compagno di Izquierda Unida, Alberto Garzón, che per alcuni colleghi di partito.

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