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Catastrofe Podemos

Un anno fa si presero Madrid e Barcellona ma alle politiche arrivano sempre tre. Iglesias è diventato l’intoccabile della politica spagnola, i suoi rischiano ormai di implodere. Dati e storie di un flop.

28 Giugno 2016 alle 11:39

Catastrofe Podemos

Iglesias, leader di Podemos (foto LaPresse)

Milano. Il risultato ottenuto domenica scorsa dalla coalizione Unidos Podemos, di per sé, non sarebbe neanche così scadente per una formazione politica giovanissima: le truppe irregolari guidate da Pablo Iglesias si confermano al terzo posto, a un’incollatura percentuale dai socialisti (benché il divario aumenti in termini di seggi); si consolidano in una minoranza di blocco capace di obbligare destra e sinistra ad accordi, siano essi una possibile astensione negoziata o un improbabile patto di governo; costringono il leader popolare Mariano Rajoy a celebrare una vittoria senza maggioranza con una descamisada, un po’ sconnessa e, tutto sommato, piuttosto imbarazzante allocuzione davanti alla sede madrileña del Pp, con tanto di umidiccio bacio alla moglie e cori “soy español, español, español!”, ascoltando i quali un passante distratto avrebbe pensato a un plebiscito; e, in ultimo, obbligano i socialisti a festeggiare il peggior risultato della loro storia come un’eroica impresa resistenziale.

 

Eppure, per Podemos l’esito delle elezioni è una catastrofe. E non soltanto per le immediate considerazioni del day after, e quindi per il mancato secondo posto vaticinato da tutti i sondaggi e dal martellante rimbombo dell’espressione italiana “sorpasso” (ma l’avevano visto l’omonimo film di Dino Risi? Ma lo sapevano come va a finire?), per la frustrazione delle vanagloriose promesse palingenetiche, per il disastroso fallimento dell’opportunistica alleanza con Izquierda Unida (Iu) – una buona parte degli elettori “de toda la vida” della sinistra postcomunista, che hanno rocciosamente resistito per quarant’anni ai rigori di una legge elettorale che li ultrapenalizza, non si sono fidati degli ex ragazzi che aspiravano a trasformare il Parlamento in un vociferante collettivo universitario. Appena un anno fa gli antisistema avevano espugnato alle elezioni locali Madrid e Barcellona e oggi si trovano di nuovo in terza posizione. Ma la dimensione del loro tracollo la si individua soltanto scavando con un po’ di pedanteria nei dati.

 

Podemos è arrivato primo soltanto nelle tre province basche e in due province catalane, Barcellona e Tarragona. Il lievito che ha fatto gonfiare quel risultato è il voto separatista di sinistra che ha affidato a Podemos dei voti in prestito non garantito che valgono circa dieci seggi (su 71). Lo stesso discorso, seppure in tono minore, vale per i 14 seggi ottenuti da Podemos in Galizia e Comunidad Valenciana, frutto delle “confluencias”, franchising autonomisti del marchio nazionale. Cosa resta? Quasi niente, se non un variegato di istanze diverse di sapore controculturale, movimentaro, giovanilista, protestatario. Un miscuglio dall’ideologia indistinta che, al netto delle tanto vituperate inclinazioni venezuelane di una parte della già litigiosa dirigenza, ha vissuto con molto disagio, e con un moto di sorpresa da sprovveduti, l’apparire di bandiere con la falce e martello nei meeting successivi all’alleanza con Iu, il cui nucleo è costituito da quel Partito comunista che – si è visto nelle urne – non è assimilabile all’avventurista gauchismo d’accatto, radicale ma disancorato da idee precise, di Podemos.

 

Intanto, Iglesias ha sostituito Rajoy nel ruolo dell’intoccabile: prima del voto, nessuno voleva fare accordi con il Pp, oggi nessuno vuol fare accordi con Podemos. E il leader socialista Pedro Sánchez, come ha già iniziato a fare, può diluire l’amarezza dei suoi elettori per eventuali concessioni al Pp ricordando che Iglesias gli ha negato per sei mesi la fiducia in Parlamento. E’ pur vero che, da analogo isolamento, Rajoy è riemerso vincitore, grazie alla sua capacità di stare in apnea per tempo illimitato sotto il pelo dell’acqua. Ma questa è una strategia assai difficile da riprodurre per i loquacissimi leader di Podemos, un movimento che rischia di implodere come il più rissoso dei gruppuscoli trotzkisti.

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