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Il varco italiano del jihad

I link da Parigi a Nizza. Gli sbarchi a Bari. Le piste dell’intelligence. Perché la Puglia è l’area del nostro paese più vulnerabile per gli spostamenti del Califfato. Inchiesta di Cristina Giudici

19 Luglio 2016 alle 19:21

Il varco italiano del jihad

foto LaPresse

Bisogna scendere fino a qui, nel tacco dello stivale, e fare la spola fra Bari, Brindisi e Lecce per cercare di capire cosa significhi ciò che da mesi le fonti della nostra intelligence definiscono il “rischio della rotta adriatica”. Soprattutto dopo l’attacco a Nizza che guarda a caso porta fino a Gravina, in Puglia, dove ha vissuto Chokri Chafroud, il cittadino tunisino fermato in Francia dopo l’attentato. E la direzione distrettuale antimafia vuole capire meglio questo filo che porta a Nizza dalla Puglia o viceversa. Puglia terra di transito sempre più difficile da fermare o nuovo fronte di radicalizzazione? Entrambe le cose: la Digos sta indagando sul fronte logistico e di supporto ai terroristi, visto che Chokri potrebbe essere stato a Bari pochi giorni prima della strage. “E quando si parla di supporto logistico non si intende solo trovare o fornire documenti falsi ma di avere anche in Puglia un rifugio prima di un attentato se le informazioni dell’intelligence francese sono esatte”, ci dono le nostre fonti dell’intelligence a Bari. In ogni caso fino ad oggi sono già undici i terroristi passati dal porto di Bari.

 

Nell’immenso porto di Bari, l’ammiraglio ispettore della Guardia costiera Domenico De Michele  che guida la capitaneria di porto scuote la testa e si chiede: “Ma perché non dovrebbero prendere l’aereo? Il nostro sistema di controllo del porto è molto efficiente ma se arrivano con i passaporti dell’area Schengen cosa possiamo fare? Questa è materia per l’intelligence”. I funzionari della capitaneria di porto di Bari sono cortesi e permettono al Foglio di vedere il sofisticato e automatizzato sistema di controllo di passeggeri e merci. E in apparenza sembra che nulla possa sfuggire al controllo di un porto che sembra un aeroporto per gli strumenti tecnologici utilizzati per la sorveglianza. Con la presenza anche della guardia di finanza, poliziotti dell’ufficio immigrazione, militari dell’esercito. Non sembra sfuggire nulla, tranne una frase buttata lì da un funzionario della polizia marittima dice al Foglio: “Il problema sono i passaporti falsi, che in Grecia sono confezionati in modo perfetto. Ora però la nostra sorveglianza è puntata soprattutto verso i traghetti che arrivano dall’Albania, da dove scendono i passeggeri in arrivo da Durazzo perché il problema sono i documenti. E ogni settimana scopriamo almeno un passaporto albanese falso”. Un dato che va considerato per difetto ci hanno detto poi le nostre fonti di intelligence.

 



foto LaPresse


 

E alla nostra domanda “il problema sono i kosovari?” lui annuisce. E allora basta questa mezza frase per trovare conferma a ciò che ci ha detto poche ore prima un magistrato della procura di Bari, che ha fatto diverse indagini sul terrorismo islamico. “La Puglia è il tallone d’Achille per il passaggio dei fondamentalisti”. E’ vero, grazie alla collaborazione con la polizia albanese, non si è verificato per ora il temuto esodo migratorio che avrebbe facilitato il passaggio di foreign fighters e mujaheddin di ritorno dal Califfato, ma nei porti, ora controllati anche dai militari e dagli sguardi discreti dei servizi di intelligence, in alcuni punti delle coste colabrodo fra Bari e il Salento, la Puglia si è trasformata nel tallone d’Achille per chi sta in trincea nel contrasto al terrorismo. E ci sono dei movimenti migratori sospetti da monitorare e collegare con fatti accaduti recentemente per capire perché ora si guarda con tanta attenzione alla Puglia. Innanzitutto dopo il transito di Salah Abdeslam, il kamikaze mancato della strage di Parigi del 13 novembre scorso, passato tre mesi prima dal porto di Bari con un traghetto arrivato da Patrasso,  non è causale che nel capoluogo pugliese siano arrivate due eccellenze della lotta al terrorismo da Brescia: il questore Carmine Esposito che ha chiamato a giugno il capo della Digos di Brescia, Giovanni De Stavola per coadiuvare il lavoro sul fronte del jihadismo.

 

Dopo che dal 2011 nell’epicentro settentrionale del radicalismo islamico bresciano De Stavola ha condotto le indagini più importanti sui foreign fighters con un’attenzione particolare alla galassia fondamentalista kosovara.  Il questore  e il capo della Digos sono arrivati entrambi a Bari per  rafforzare la sorveglianza sul transito del passaggio di islamisti e sorvegliare alcuni embrioni di radicalizzazione. Anche se i magistrati ne parlano malvolentieri, l’emergenza, sebbene silenziosa, è in corso in Puglia:  si devono controllare i migranti che entrano con un passaporto dell’area Schengen, che non sono finiti nella black-list europea,  con un passaporto falso. Verificare chi scende dai traghetti che provengono dall’Albania e capire chi sono quei piccoli gruppi di migranti che sbarcano discretamente nel Salento da velieri, imbarcazioni di lusso, fra cui molti iracheni. Non è facile districarsi tra frasi lasciate in sospeso, confidenze strappate in luoghi appartati e tasselli di un mosaico da ricostruire per avere un quadro più nitido del passaggio dei mujaheddin o islamisti che attraversano la Puglia per andare al Nord, soprattutto in Francia e in Belgio, ma si fermano anche in Lombardia.   

 



Porto di Bari (foto Antonio Manfredonio via Flickr)

 

In una città, Bari, in una regione, la Puglia, dove in molti si spaventano quando si formulano richieste relative al passaggio sul territorio dei fondamentalisti. Prima delle stragi a Parigi e a Bruxelles, ci si concentrava e si continua a farlo sui container, sulle armi, sulla droga, in parte sui clandestini che si nascondono nei camion. Eppure, nonostante il riserbo, c’è un fatto che ammettono tutti i nostri interlocutori. Sebbene ci sia una banca dati, la black-list di Schengen dei foreign fighters europei, non si possono fermare tutti, se non sono segnalati dai luoghi di partenza. Pare un’ovvietà, ma non lo è. Anche perché dal porto di Bari passa un milione e mezzo di passeggeri all’anno. E non solo per il transito di Salah perché da qui sono passati altri ideologi della guerra santa prima della formazione del Califfato in Siria, ma sono stati scarcerati e tornati a casa loro, in quella località che ora è nota a tutto il mondo: Molembeek. E allora bisogna scendere più giù nel Salento per capire meglio quanto sia difficile individuare il transito dei fondamentalisti che si muove verso Nord. E arrivare nella penisola salentina, fra Brindisi e Lecce, dove in questi mesi, raccontano le nostre fonti, sono stati notati alcuni movimenti sospetti e dove alcuni migranti di origine irachena e siriana vengono lasciati passare per poter monitorare il loro transito per vedere dove sono diretti e a quale segmento della galassia fondamentalista fanno riferimento, una volta arrivati in Italia.

 

Ma qualcosa sta accadendo. E il timore, ormai una certezza, è sempre la stessa da mesi: il passaggio dei combattenti di ritorno dell’Is che però per l’intelligence italiana ed europea rappresentano ancora volti e nomi ignoti. Perché a Bari sono state fatte indagini importanti sul fronte del terrorismo islamico, ma l’identificazione dei fondamentalisti non inseriti nella black-list è una battaglia impari. Infatti non è un caso che, nonostante il tentativo di minimizzare da parte delle forze dell’ordine, persino sul numero degli sbarchi, poi ufficiosamente, molti ci hanno segnalato le polemiche scoppiate, e scemate nel silenzio che avvolge la penisola salentina, su un gruppo di migranti trovati recentemente sul litorale salentino a febbraio. Quattro siriani e un iracheno fermati perché trovati in possesso di documenti d’identità falsi e poi scarcerati dal tribunale del Riesame, appena sbarcati, che avevano documenti rumeni. Secondo la perizia della procura, nei telefonini c’erano immagini di armi e combattimenti, ma secondo i giudici non erano indizi sufficienti per fare di loro dei fondamentalisti perché arrivati con imbarcazioni precarie. E così nel frattempo il gruppo iracheno-siriano si è allontanato dal centro di accoglienza di Otranto dove arrivano in media 40 migranti al giorno. Ma gli sbarchi di questo genere ce ne sono parecchi e non tutti pervenuti.

 

Insomma le forze dell’ordine della Puglia si stanno attrezzando ma le informazioni raccolte dal Foglio portano a  tre fronti: gli sbarchi anomali di imbarcazioni che arrivano dalla Turchia che approdano senza fare richieste di soccorso, da cui sbarcano anche diversi iracheni. Monitorati dicono, ma non abbastanza secondo la scuola di pensiero dei servizi segreti che hanno inviato qui alcuni dei loro uomini migliori. A Brindisi, a Bari, a Otranto. A sorvegliare chi arriva dalla Turchia e dall’Albania grazie all’appoggio della malavita organizzata di Brindisi, ex contrabbandieri, che lucrano sul passaggio veloce di quel breve tratto di mare che separa le coste leccesi da quelle balcaniche. Grazie ai trafficanti che stanno dall’altra parte della costa e che spesso sono anch’essi iracheni. Inoltre  a volte ciò che sfugge a uno sguardo superficiale sul fenomeno del terrorismo e del radicalismo islamico può essere rintracciato anche nella relazione inviata a marzo al Parlamento dal comparto di intelligence sui diversi  fronti del jihad.

 

E nel dossier annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza si può leggere un passaggio sulla vulnerabilità della Puglia che riguarda proprio Brindisi. "In Italia si è assistito alla proliferazione di gruppi criminali etnici composti prevalentemente da soggetti egiziani, del Corno d’Africa e da ultimo rumeni, specializzati sia nella falsificazione documentale – compresa quella necessaria a concludere assunzioni fittizie in settori del lavoro stagionale – sia nel fornire assistenza ai migranti per il trasferimento dai centri di accoglienza alle località di destinazione nel Nord Europa. E’ emersa inoltre l’operatività di sodalizi brindisini attivi nel trasferimento di migranti dalle coste della penisola balcanica meridionale verso il nostro Paese. Si tratta di ex contrabbandieri di tabacchi lavorati esteri (TLE), esperti scafisti capaci di eludere la sorveglianza marittima, che utilizzerebbero imbarcazioni veloci di limitate dimensioni (non oltre le venti persone) intercettando una domanda in grado di sostenere costi elevati di viaggio”.  E’ in queste righe che si nasconde l’enigma dei passaggi più discreti di migranti che possono essere fondamentalisti. “Sono soprattutto iracheni e arrivano sulle coste della provincia di Lecce grazie al supporto della malavita di Brindisi ed a Otranto che sono sospettati di venire dal  Califfato”, ci hanno confidato alcuni inquirenti  dopo molta insistenza.

 

Ma sono i porti (oltre a Bari e Brindisi, anche Ancona) che vanno vigilati. E’ questa l’indicazione che abbiamo ricevuto dalle nostre fonti di intelligence. E dunque l’attenzione converge anche sul porto Brindisi verso i traghetti che arrivano dall’Albania per lo stesso timore che ci è stato segnalato a Bari: il Kosovo, da dove forse esagerando secondo i nostri conti, ci sarebbero per i servizi segreti 900 mujaheddin andati a combattere nelle terre controllate dall’Is. Così come è probabilmente esagerato l’allarme che era arrivato sul Salento e sulla rotta adriatica poche settimane fa dal Viminale secondo cui potevano arrivare 150 mila migranti dalle rotte balcaniche. Sarà una coincidenza, ma i funzionari dell’antiterrorismo di Brescia, epicentro del radicalismo nel settentrione (a cui il Foglio ha dedicato un approfondimento il 2 febbraio scorso), spostati a Bari hanno lavorato molto sul fronte kosovaro con arresti ed espulsioni in Lombardia. E poi c’è un altro fronte su cui si deve lavorare, il terzo, da non sottovalutare: i gruppi che lavorano per fornire case e documenti a chi passa dalla Puglia. E non si deve dimenticare di Majid Muhamad, arrestato alla fine del 2015 per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L’indagine condotta dal procuratore aggiunto Roberto Rossi ha dimostrato che  l’iracheno avrebbe favorito l'ingresso in Europa di combattenti islamici. E fornito assistenza e alloggio a Bari a 11 cittadini di Pakistan, Egitto, Iran, Marocco e Turchia. In particolare, avrebbe prenotato stanze presso un affittacamere di Bari, riservandole per brevissimi periodi (uno, due giorni o, al massimo, una settimana) a migranti e che poi avrebbero proseguito il loro viaggio verso altre destinazioni in Europa.

 

Nello stesso periodo la procura di Bari, attraverso intercettazioni telefoniche, ha accertato contatti di Majid  con membri di Ansar Al Islam, poi arrestati. Majid  Muhammad ha fatto transitare combattenti, ma era monitorato da tempo dopo che aveva scontato in Italia 10 anni di carcere per terrorismo internazionale per un’indagine su una cellula di Ansar Al Islam. Un’indagine condotta a Milano sempre per lo stesso motivo: sostegno logistico e documenti falsi per mujaheddin. E poi si era trasferito a Bari, dettaglio importante, dove era entrato in contatto con la galassia estremista in Puglia e organizzava i suoi traffici in un kebab del capoluogo. E anche se gli investigatori oggi dicono di non sapere se fosse un jihadista o un millantatore c’è quella storia strana collegata a Majid su Rhida Shawan Jalal, anche lui arrestato nel porto di Bari, nell’agosto del 2015 mentre cercava di andare in Grecia con un passaporto falso e mesi prima aveva chiesto a un’agenzia di viaggi di Matera un preventivo per 20 biglietti aerei per cittadini iracheni che sarebbero partiti in gruppi di cinque dall’aeroporto di Sulayrmaniyah (nella regione del Kurdistan iracheno), per andare a Parigi con uno scalo intermedio ad Istanbul forse proprio su richiesta di Majid Muhamad. Rhida Shawan Jalal è passato dal porto di Bari lo stesso giorno in cui faceva ritorno in Italia attraverso lo scalo pugliese Abdeslam Salah, arrestato dopo quattro mesi di ricerche a Molembeek.

 

Ma se su questa figura di Rhida Shawan Jalal ci sono dei dubbi degli inquirenti di Bari, è importante  per collegare eventi passati all’emergenza terrorismo di oggi prendere in considerazione un  quaderno rosso,  ritrovato nell’appartamento di Majid Muhamad, su cui  appariva il nome di Bassam Ayachi. Perché qualcosa torna del quadro che abbiamo visto quaggiù se si fa uno sforzo di memoria e ci si ricorda la storia dell'imam fondamentalista belga Bassam Ayachi, fermato nel porto di Bari nel 2008 e poi intercettato in carcere mentre parlava di progetti di attentato a Parigi. Nel 2012 Ayachi è stato rimesso in libertà e lui è tornato a Molembeek prima di imbracciare il kalashnikov in Siria, dove ora si trova, pare, ferito. Ma prima ha fatto in tempo a diventare un ideologo della guerra santa proprio a Molembeek, quando nel 2008 il quartiere generale dei jihadisti dell’Is era ancora solo un ghetto.

 


Quindi in questo caso tutto torna quando fonti di intelligence ci dicono che la Puglia ora è la terra più vulnerabile per il passaggio dal Califfato  e che ci sono molti, troppi iracheni dall’altra sponda della penisola salentina che stanno arrivando. Alla spicciolata e in modo discreto. E deve aver ragione quando uno degli inquirenti di Bari ci ribadisce che ora la Puglia diventato snodo di transito anche di fondamentalisti è più fragile che mai perché è di questi giorni la notizia che un professore dell’Università di Lecce è finito nella “kill list” diffusa dagli hacker dello “United Cyber Caliphate”, un gruppo di esperti informatici simpatizzanti dello Stato Islamico.  Ora che si deve  affrontare il passaggio dei migranti e di sospetti fondamentalisti, oltre ai porti, ci sono coste colabrodo e sbarchi anomali. Con   l’arrivo di migranti dai teatri della guerra santa che hanno bisogno di una struttura logistica su cui la malavita locale di Brindisi ha puntato gli occhi da tempo. Senza dimenticare che ci sono 4/5mila combattenti europei nel Califfato, di cui molti sulla via del ritorno, che incarnano i nostri peggiori incubi.

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