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Le vite dei neri contano. Ma non solo al posto di blocco

Il genosuicidio degli afroamericani spiegato da scolarità e demografia. Senza dubbio ci sono poliziotti razzisti, e ci sono situazioni rare in cui le azioni dei poliziotti somigliano a omicidi intenzionali, ma il loro impatto è ridotto rispetto alla vastità del problema.

14 Luglio 2016 alle 18:48

Le vite dei neri contano. Ma non solo al posto di blocco

Proteste della comunità afroamericana a Phoenix (foto LaPresse)

"Non siamo così divisi come potremmo apparire”, ha detto il Presidente Barack Obama a Dallas alla cerimonia di commemorazione dei cinque poliziotti uccisi da un cecchino di colore, arrabbiato per i presunti maltrattamenti subiti dagli afroamericani da parte di poliziotti bianchi. Tuttavia, un Obama diverso ospitò il rapper Kendrick Lamar a un barbecue alla Casa Bianca lo scorso 4 luglio. I dettagli della sua esibizione non sono noti al pubblico, ma non è improbabile che abbia ripetuto quanto aveva cantato di recente al Saturday Night Live: “Ho sparato un colpo alla nuca alla polizia… E’  una guerra lì fuori, bombe nelle strade, armi nei quartieri, feccia di polizia”. Di certo il presidente non incoraggia attacchi alla polizia. Ma un invito alla Casa Bianca per un rapper che si vanta di simili cose dà una misura macabra del clima che c’è in America. Un altro ospite frequente della Casa Bianca è il rapper Jay-Z, un ex spacciatore che, come Lamar, canta la violenza nelle strade. Gli impulsi omicidi sono così prevalenti tra i giovani afroamericani da essere divenuti contenuto naturale della cultura popolare.

 

Vi è in America un costante allarme sulle cause della fragilità delle vita degli afroamericani, e una di queste è senza dubbio la nozione che la rabbia omicida sia una risposta accettabile ai problemi sociali. Una generazione fa, era ancora possibile per un religioso afroamericano di spicco come il reverendo Calvin Butts della Chiesa battista abissina di Harlem denunciare dal pulpito i rapper e scaricare con un camion una montagna di cd rap davanti agli uffici della Sony a Manhattan. Il reverendo Butts è stato ridicolizzato da persone come Jay-Z, e non ripeterebbe mai un’azione del genere ai giorni nostri.

 

Molti afroamericani ritengono di essere coinvolti in una guerra, con le proprie vite in ballo. A larghi tratti hanno ragione. Qualcosa sta uccidendo l’America di colore. Tuttavia, non è la polizia. Infatti, tra il 2009 e il 2012, per ogni afroamericano ucciso dalla polizia ce n’erano quaranta uccisi invece per mano di cittadini afroamericani, secondo il professore Richard Johnson dell’Università di Toledo. Le forze di polizia hanno ucciso 491 persone nel 2015, di cui 132 erano afroamericani. I poliziotti in America sono più proni a sparare persone sospette bianche che afroamericane, stando a una ricerca di un economista afroamericano all’Università di Harvard.

 

Senza dubbio ci sono poliziotti razzisti, e ci sono situazioni rare in cui le azioni dei poliziotti somigliano a omicidi intenzionali, ma il loro impatto è ridotto rispetto alla vastità del problema.

 

Il problema, come spiega Heather MacDonald del Manhattan Institute, è che “gli afroamericani sono implicati nel 62 per cento di tutti i furti, il 57 per cento di tutti gli omicidi e il 45 per cento delle aggressioni nelle 75 contee più popolose nel 2009, nonostante fossero solo il 15 per cento della popolazione”. Questo è un autogenocidio, o un genosuicidio, al rallentatore. Numeri sempre crescenti di afroamericani sono attratti da uno stile di vita che porta ad ancora più fallimenti e rabbia. Ciò diventerà sempre peggio fino a che i leader delle comunità afroamericane non diranno ai loro concittadini di smetterla di incolpare i poliziotti bianchi e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

 

Solo il 32 per cento degli afroamericani adulti è sposato, rispetto al 51 per cento di tutte le altre etnie. In parte ciò è colpa della scarsità di partner: solo il 49 per cento delle donne afroamericane laureate sposa un uomo con un simile livello di istruzione, rispetto all’84 per cento delle loro corrispettive bianche, stando a una ricerca di Brookings. Questo è il triste risultato dei bassi livelli di laureati tra i maschi afroamericani: i dati più recenti del Journal of Blacks in Higher Education mostrano che solo il 34 per cento degli afroamericani iscritti a università pubbliche e il 39 per cento di quelli che frequenta università private completa un corso di studi di quattro anni in meno di sei anni, rispetto a una media del 60 per cento tra uomini bianchi. Parte del problema è la carenza di uomini afroamericani a tutti i livelli di istruzione. (…)

 

Meno matrimoni equivalgono inoltre a meno figli e a più figli nati da madri single. Nel 2006 la proporzione di bambini nati da madri afroamericane non sposate era inferiore al 50 per cento, per crescere al 72 per cento nel 2013. Questo corrisponde quasi precisamente al numero di figli nati in famiglie con un padre assente. I livelli di figli nati fuori dal matrimonio sono alti anche perché molti uomini afroamericani in età da matrimonio sono in prigione. I figli cresciuti da genitori single, tuttavia, hanno meno probabilità di successo, e la generazione corrente di bambini afroamericani avrà ancora più difficoltà di quella precedente.

 

Sembra esserci una luce in fondo a questo tunnel di cattive notizie. Il blog “Wonk” del Washington Post, lo scorso febbraio, ha notato come nel 2014 una percentuale minore di uomini afroamericani fosse imprigionata che nel 2000. Questo è parso un miglioramento, ma il motivo della diminuzione sta nel fatto che oramai ci sono più uomini afroamericani anziani che giovani. Come per il resto della popolazione degli Stati Uniti, la popolazione afroamericana sta rapidamente invecchiando. Il numero di uomini afroamericani tra i 50 e 65 anni è cresciuta più del 60 per cento tra il 2000 e il 2010, mentre la fascia d’età tra i 15 e i 45 anni è rimasta stabile.

 

Gli afroamericani proiettano all’esterno l’immagine di giovani arrabbiati. In realtà, per come stanno andando le cose, questi stessi giovani non saranno più giovani entro una generazione, ma vecchi, poveri, malati e depressi. Come molti altri problemi nella storia, quello degli afroamericani si esaurirà tristemente da solo, e i tentativi di migliorare la situazione appariranno in prospettiva soltanto dei palliativi e non delle soluzioni.

 

 

Spengler (alias David P. Goldman)

 

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