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Il ritorno delle “culture wars” che annoiano Trump

Su matrimonio gay, famiglia, vita, educazione, pornografia, separazione fra stato e chiesa e altri temi di più esplicita rilevanza etica e sociale, gli estensori della piattaforma repubblicana hanno superato a destra anche Donald Trump, un pro life d’occasione con scarsissimi interessi per “culture wars” che combatte blandamente, più per opportunità che per convinzione.

14 Luglio 2016 alle 10:12

Il ritorno delle “culture wars” che annoiano Trump

Donald Trump in campagna presidenziale (foto LaPresse)

New York. La convention non è soltanto la circostanza liturgica in cui i candidati ricevono l’investitura ufficiale, ma è anche il luogo dell’approvazione della piattaforma del partito, documento programmatico senza vincoli formali, ma significativo per mettere alcuni paletti. Il programma che i delegati del Partito repubblicano voteranno la settimana prossima a Cleveland ha fatto diversi passi in direzione conservatrice sulle questioni sociali, movimenti maturati nei giorni febbrili della sua stesura da parte delle commissioni riunite in Ohio. Su matrimonio gay, famiglia, vita, educazione, pornografia, separazione fra stato e chiesa e altri temi di più esplicita rilevanza etica e sociale, gli estensori della piattaforma repubblicana hanno superato a destra anche Donald Trump, un pro life d’occasione con scarsissimi interessi per “culture wars” che combatte blandamente, più per opportunità che per convinzione.


Questo vuoto ideologico e politico è stato occupato dai portatori di visioni sociali tradizionaliste, contraddicendo la “conventional wisdom” secondo cui il Gop sta abbandonando le battaglie culturali per compiacere la sensibilità progressista che domina l’opinione pubblica. Nel documento autocritico stilato dai maggiorenti del partito dopo la rovinosa sconfitta di Mitt Romney nel 2012 – altrimenti noto come “autopsia”: nomen omen – si leggeva chiaramente la volontà di superare le contrapposizioni ideologiche su vita, sessualità e famiglia, tendenza che andava di pari passo con la progressiva uscita dagli armadi di politici conservatori che si sono reinventati profeti dell’inclusività a tinte arcobaleno. Ma nella piattaforma di questa tornata l’antifona è ben diversa da quella intonata qualche tempo fa: si incoraggia il ricorso all’ispirazione religiosa come guida per i legislatori, per promuovere “leggi umane che siano compatibili con i diritti naturali dati da Dio”, si suggerisce la nomina di giudici “che rispettano i valori famigliari tradizionali”, si incoraggia fra le righe al ricorso alle “terapie di conversione” per gli omosessuali. Si dice anche che i bambini che vengono cresciuti al di fuori del “matrimonio naturale” sono più inclini a diventare dipendenti dalle droghe; la diffusione della pornografia è dichiarata come “crisi sanitaria” ed è incoraggiato l’insegnamento della Bibbia nelle scuole, strumento “indispensabile per lo sviluppo di una cittadinanza educata”.

 

Un emendamento che proponeva di riconoscere che le vittime della strage di Orlando sono state prese di mira in quanto omosessuali è stato bocciato, facendo leva sul generale rifiuto della “identity politics”. Tony Perkins, presidente del Family Research Council e supremo condottiero della battaglia culturale, ha avuto un ruolo decisivo nella stesura di un programma che sembra aver cancellato tutti gli strategici tentativi di spostare verso il centro il Gop: “Questa è una dichiarazione del Partito repubblicano, non della campagna di Donald Trump”, ha detto Perkins, sottolineando la differenza fra partito e candidato.
Non è un caso che Trump abbia elogiato la piattaforma “trumpificata” del Gop, ma per ragioni del tutto diverse da quelle che hanno animato l’azione di Perkins. Il candidato ha esaltato la ratifica della proposta di costruire il muro al confine con il Messico – “un muro che coprirà l’intero confine meridionale e deve essere sufficiente per fermare il traffico pedonale e quello dei veicoli” – e ha elogiato l’introduzione di formule a lui gradite sull’immigrazione dei musulmani. Nel programma si parla di forme di “scrutinio speciale” su persone che tentano di entrare negli Stati Uniti “da regioni associate al terrorismo islamico”.

 

Il carbone, risorsa promossa da Trump anche per attirare i voti della working class frustrata, è qualificato come “energia pulita” e i trattati internazionali di libero scambio sono stati espunti dalla lista dei punti che il Gop sostiene. Il Trump protezionista e animato da pulsioni isolazioniste ha trovato ampio spazio nel programma del partito, ma per logica di bilanciamento e unificazione delle varie anime della destra anche i conservatori sociali hanno ottenuto vittorie insperate dopo riflessioni e rivolgimenti della storia che suggerivano un allineamento al mainstream per tornare a competere con i democratici. La piattaforma “trumpificata” segna un paradossale ritorno del conservatorismo sociale.

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