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L’Islanda è il paese più frainteso d’Europa, e non parliamo di calcio

“E’ fatta! E’ fatta! Vai dove ti pare, Inghilterra! L’Islanda giocherà con la Francia sabato. Francia-Islanda! Voi potete andare a casa. Potete andare fuori dall’Europa. Potete andare dove diavolo vi pare. Inghilterra 1 Islanda 2 è il risultato finale qui a Nizza. E la favola continua!”.

29 Giugno 2016 alle 10:53

L’Islanda è il paese più frainteso d’Europa, e non parliamo di calcio

Reykjavik (foto Bryan Pocius via Flickr)

Roma. “E’ fatta! E’ fatta! Vai dove ti pare, Inghilterra! L’Islanda giocherà con la Francia sabato. Francia-Islanda! Voi potete andare a casa. Potete andare fuori dall’Europa. Potete andare dove diavolo vi pare. Inghilterra 1 Islanda 2 è il risultato finale qui a Nizza. E la favola continua!”. Il commentatore islandese lunedì sera sembrava impazzito, subito dopo l’ultimo fischio dell’arbitro. E’ finito sulle pagine dei giornali del mondo, e c’è da capirlo: per la nazionale islandese ritrovarsi inaspettatamente ai quarti di finale di un campionato europeo rappresenta molto più di un risultato calcistico. Perfino l’articolo che state leggendo lo dimostra. Del resto l’Islanda – con i suoi trecentomila cittadini – è la nazione più fraintesa d’Europa. Sarà la distanza dal continente – noi che non siamo riusciti a capire la Gran Bretagna, e c’è di mezzo soltanto la Manica. Sarà il fatto che la politica di Reykiavik, guardata col binocolo dalla terraferma, viene rappresentata periodicamente come un eccentrico modello di buon governo, un “esperimento populista ben riuscito”, il paese dove “i cittadini salvano il governo e controllano le banche”, e tutta quella serie di bufale sulla “rivoluzione islandese”, rilanciata spesso – guardacaso – dal blog di Beppe Grillo, e altrettanto spesso smentita dai fatti.

 

Ma partiamo dall’inizio: i dissidi tra Islanda e Inghilterra mica risalgono a lunedì. Inglesi e americani occuparono la terra dei ghiacci durante la Seconda guerra mondiale, e gli americani restarono lì fino a pochi anni fa (ora vorrebbero tornare ad aprire una vecchia base Nato in funzione antirussa, ma si vedrà). Poi i dissidi si fecero più forti negli anni Sessanta e Settanta, durante la cod war, la guerra del merluzzo (per la cronaca, fece un solo morto, un islandese). Londra voleva andare a pescare troppo vicino alle acque territoriali di Reykjavik, Reykjavik vinse la guerra espandendo la propria zona economica esclusiva nel nord Atlantico utilizzando l’influenza di Washington su Londra. I pescatori, appunto, determinano l’economia e pure la politica. Il Partito dell’Indipendenza d’Islanda, conservatore di area centrodestra, è quello più euroscettico, ed è sostenuto dalla lobby dei pescatori. Sembra che la rinuncia all’ingresso nell’Ue del 2015 sia stata caldeggiata soprattutto da loro (le motivazioni: peschiamo tutto, sempre, come e dove vogliamo, perché dobbiamo mettere in mano questa libertà agli euroburocrati di Bruxelles?). E qui torniamo ai giorni nostri, perché il primo ministro in carica oggi è Sigurour Ingi Jóhannsson, che era il ministro della Pesca, ma è stato designato capo del governo dopo le dimissioni di Sigmundur Davío Gunnlaugsson, coinvolto come un Cameron qualsiasi nei Panama Papers. Al governo c’è il Partito progressista di centrosinistra, che fatica a trovare un nuovo leader e c’è poco da sperare per le prossime elezioni parlamentari, in autunno. Lo scorso fine settimana, gli islandesi hanno eletto il presidente della Repubblica, che ha un ruolo di rappresentanza, poco politico. Con il 39,1 per cento ha vinto Gudni Jóhannesson, “il professore di Storia”, lo hanno chiamato sulla stampa internazionale per coccolare di nuovo quell’idea degli islandesi, popolo saggio che non ne può più della politica.

 



Gudni Jóhannesson (foto LaPresse)


 

“Jóhannesson non è proprio un outsider”, dice al Foglio Paul Fontaine, news editor del Reykjavik Grapevine magazine (che non è un giornale di establishment: più vicino a Rolling Stone che al Wall Street Journal, per capirci). “Ha scritto un libro sul crash finanziario del 2008, è sempre in televisione a parlare di politica. Non si è mai identificato in un partito in particolare, è vero, ma è un outsider solo in questo senso”, dice Fontaine. Ma come, e la retorica dell’Islanda come esempio del populismo illuminato? “C’è molto fraintendimento sulle questioni politiche islandesi”, dice Fontaine, “Alcune definizioni sono esagerate. A volte i cittadini hanno protestato per chiedere alla politica alcune cose, ma dobbiamo aspettare per vedere se siano state ottenute oppure no”. La confusione sulla politica islandese si avverte pure Oltreoceano. Una settimana fa Fontaine, che è cittadino americano, ha scritto che i responsabili della campagna elettorale di Donald Trump hanno mandato una email a tutti i parlamentari di Reykjavik per chiedere sostegno economico, “senza fare alcuna distinzione tra conservatori e progressisti”. Adesso in molti vorrebbero alla guida del paese Jon Gnarr, l’ex comico divenuto sindaco di Reykjavik (per inciso, l’idolo di Beppe Grillo), che però non si è nemmeno ricandidato come primo cittadino e ora gira una serie tv sulla sua storia. Dice Fontaine: “Gnarr è un performer, ha espresso molte volte il suo dispiacere e la frustrazione che provava nel fare il sindaco. Per questo non vuole candidarsi più per nessun ruolo politico: bisogna essere dei professionisti per guidare un paese”. (Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti in Italia è da ritenersi puramente casuale).

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