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Tra virgolette

Hirsi Ali spiega perché il jihad islamico contro i gay è sistemico

Sul Wall Street Journal la dissidente islamica di origini somale, oggi fellow presso l’Harvard Kennedy School, spiega come la "legge islamica, derivata dai testi sacri e evolutasi nel corso dei secoli, non solo condanna ma prescrive punizioni crudeli e disumane per l’omosessualità".

14 Giugno 2016 alle 18:41

Hirsi Ali spiega perché il jihad islamico contro i gay è sistemico

Orlando, fiaccolata e cordoglio per le vittime della strage del Pulse Club (foto LaPresse)

"Il massacro di Orlando ci ricorda in maniera orribile che l’omofobia è parte integrante dell’estremismo islamico”. A scriverlo, sulle pagine del Wall Street Journal, è Ayaan Hirsi Ali, dissidente islamica di origini somale, oggi fellow presso l’Harvard Kennedy School negli Stati Uniti. Per Hirsi Ali, il fatto che il fondamentalismo islamico abbia una natura omofobica  “non significa che persone di altre fedi o ideologie non siano ostili nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali o transessuali (Lgbt), né che i terroristi islamici non abbiano nel loro mirino altre minoranze, ma è importante capire le ragioni per cui Omar Mateen, prima di compiere la strage a Orlando, ha chiamato la polizia pregando Allah e proclamandosi un sostenitore dello Stato islamico”. La spiegazione di Hirsi Ali si articola in quattro punti. “Primo: l’omofobia islamica è istituzionalizzata. La legge islamica, derivata dai testi sacri e evolutasi nel corso dei secoli, non solo condanna ma prescrive punizioni crudeli e disumane per l’omosessualità. Secondo: molte nazioni a maggioranza musulmana hanno leggi che criminalizzano e puniscono gli omosessuali, in conformità con la legge islamica. Terzo: non sorprende, di conseguenza, che le attitudini dei musulmani nei paesi a maggioranza islamica siano omofobiche, e che molte delle persone cresciute in queste nazioni poi mantengano tali attitudini una volta emigrate in occidente. Quarto: l’ascesa del moderno estremismo islamico ha aggravato l’intolleranza nei confronti dell’omosessualità. Gli estremisti non solo commettono violenza contro le persone lgbt, ma diffondono il pregiudizio a livello globale, sostenendo che l’omosessualità sia una malattia e un crimine”.

 

“Su 57 paesi a maggioranza musulmana – nota infatti l’attivista somala – almeno 40 hanno leggi che criminalizzano l’omosessualità”, e “le persone che vengono colte in atti omosessuali possono essere condannate a morte in circa dodici di questi paesi, o in gran parte dei loro territori: Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan, le regioni del nord della Nigeria e del sud della Somalia, due province dell’Indonesia, Mauritania, Afghanistan, Qatar, Emirati Arabi Uniti. La condanna a morte viene applicata anche nei territori controllati dallo Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria”. Ma le leggi contro i gay adottate da queste nazioni, prosegue Hirsi Ali, “non fanno che riflettere le attitudini della stragrande maggioranza delle loro popolazioni. In un sondaggio realizzato dal Pew Research Center nel 2013, più del 75 per cento delle persone che vivono in 33 paesi musulmani ha risposto che l’omosessualità è ‘moralmente sbagliata’”. E, cosa ancor più peggiore, “le idee viaggiano”. Capita allora che Anjem Choudary, imam di Londra autoproclamatosi “giudice del tribunale della sharia in Gran Bretagna”, abbia detto nel 2009 che “tutti gli omosessuali dovrebbero essere lapidati”, oppure che negli Stati Uniti, l’ex presidente dell’Associazione islamica del nord America, Muzammil Siddiqi, scriva: “L’omosessualità è un disturbo morale, una malattia morale, un peccato e una corruzione… Nessuna persona nasce omosessuale, così come nessuno nasce ladro, bugiardo o assassino. Le persone contraggono queste abitudini malvagie a causa dell’assenza di un’educazione corretta”.

 

In seguito al terribile attacco di Orlando, conclude Hirsi Ali, “come al solito tutti si sono precipitati a dare il loro giudizio. Il presidente Barack Obama ha dato la colpa alle leggi che regolano la vendita delle armi, Donald Trump ha dato la colpa all’immigrazione. Nessuno dei due ha ragione. Ci sono stati massacri simili in paesi con leggi sulle armi molto restrittive, e l’assassino in questo caso era nato negli Stati Uniti. Occorre quindi parlare non di armi o di immigrazione, ma di come un’ideologia profondamente pericolosa si sia infiltrata nella società americana nelle vesti di religione. L’omofobia può esprimersi in varie forme, ma nessuna, ai giorni nostri, è più pericolosa di quella islamica”.

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