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Il relativismo morale su Orlando. Orrore

L’argomento dell’omofobia è farlocco. I depistaggi antropologici dopo la carneficina nascono dalla negazione del profetismo assolutista. Che considera apostata ciò che sta fuori dal confine della coscienza maomettana.

13 Giugno 2016 alle 20:42

Il relativismo morale su Orlando. Orrore

Omaggio alle vittime della strage di Orlando (foto LaPresse)

Il diritto all’amore e al sesso oltre la discriminante maschio-femmina è diventato una bandiera e una cultura della modernità in occidente. La civiltà islamica prevede in materia pene legali, anche la pena capitale, e pratica odio omicida in molti paesi e in molte comunità. Li gettano vivi dai tetti, quelli dello Stato islamico. L’omosessualità è una vecchia compagna di vita anche nelle società islamiche, e per tragico paradosso c’è una vena di orientalismo e di esotismo sensuale nella cultura letteraria e nella sensibilità degli occidentali da sempre a caccia di emozioni e piaceri tra la gente del deserto, da Flaubert a Genet a Paul Bowles. Ma tutto il sesso come cultura, anche l’indipendenza e identità corporale della femmina in relazione al maschio, vive nel mondo islamico in una prigione fatata che produce l’incubo dell’intolleranza, della sottomissione, della violenza e della discriminazione fuori e dentro il matrimonio.

 

Ora, dopo la carneficina di Orlando, in Florida, è il momento dei depistaggi antropologici. Guerra di valori, si dice. Omofobia, si aggiunge. Il problema è nelle fedi, nelle religioni, che è un bel modo di dire il tutto e il niente del relativismo morale. La questione della libertà costituzionale di portare armi, che non c’entra, è tirata in ballo. E non si sa come cavarsela, esattamente come accaduto dopo l’11 settembre o il Bataclan, con quel che conta, che sprona la banda jihadista e il lupo solitario, con il sostrato religioso, coranico, dell’odio che emerge e si diffonde secondo la legge rivelata della spada, e brandita da stati islamici e nella umma musulmana, contro ebrei, cristiani e altre scimmie dell’apostasia universale miscredente.

 

Anche la Bibbia, Paolo di Tarso e Camillo Langone condannano come satanico l’omosessualismo o sodomia. Ma dal Levitico alla lettera ai Romani ai pensieri del Lambrusco è passata l’acqua purificatrice della tolleranza, della comprensione, della distinzione di peccato e reato, e la polemica culturale o religiosa non è mai violenza materiale né la giustifica o promuove, e il suo fondamento non è l’assoggettamento o la sottomissione al più trascendente e indecifrabile dei messaggi, quello contenuto nel libro dettato da Allah, ma la conversione dei cuori, la misericordia, il perdono. Aggredire una comunità che fa bisboccia in un club gay, e che considera la sua libertà di incontro e di piacere come il confine di una autonomia personale e pubblica conculcata anche nel passato occidentale, equivale all’odio per la musica rock del Bataclan, alla strage nei quartieri e nei bistrot della movida parigina, al bombardamento delle Torri del libero commercio e della Borsa. L’argomento dell’omofobia, specie se agitato per confondere le acque e ribadire una sorta di neutralità occidentale riguardo alla civiltà islamica nella sua forma politica, è farlocco. La paura del sesso e del corpo libero e indifferenziato c’è, ma è una paura tra le paure eguali (la donna emancipata, la lettura critica dei testi, la libertà di culto e di coscienza, le vignette libertine, le vestigia della storia umana preislamica) suscitate da un’idea di profetismo assolutista e intimidatorio che considera diverso e apostata tutto quel che sta fuori dal confine della coscienza religiosa maomettana.
 

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