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I terremoti in Giappone e in Ecuador. Lezioni opposte sulla cultura della reazione

La scienza è chiara: i terremoti non sono prevedibili. Ma un paese preparato culturalmente e socialmente non teme il disastro ambientale.

19 Aprile 2016 alle 10:56

I terremoti in Giappone e in Ecuador. Lezioni opposte sulla cultura della reazione

Terremoto in Ecuador (foto LaPresse)

Roma. I terremoti non sono prevedibili. E’ un concetto difficile da comprendere per un paese come il nostro, che dopo il  sisma dell’Aquila del 2009 ha istituito un processo mediatico – e pure penale – contro la Commissione Grandi rischi, colpevole di non aver “avvisato” preventivamente la popolazione di una possibile scossa più forte dello sciame sismico che stava colpendo in quel periodo l’area del capoluogo abruzzese. Ma la scienza – quella vera – è chiara: i terremoti non sono prevedibili. Lo sa il Giappone, forse uno dei paesi più preparati ai disastri naturali. L’isola meridionale di Kyushu era da sempre considerata piuttosto sicura, nonostante tutto il territorio nipponico sia soggetto a rischio sismico. Per la sua relativa sicurezza, Kyushu è diventata negli anni la sede di numerose industrie manifatturiere, tra cui la Mitsubishi, la Honda, la Sony e la Toyota. Aziende che studiano i terremoti, i fattori di rischio, e spendono parecchi soldi per addestrare i dipendenti in caso di calamità naturali. Ieri la Toyota ha sospeso le attività di produzione per alcuni giorni a causa di difficoltà nella catena di distribuzione dei componenti. Lo sciame sismico rischia di peggiorare i danni già registrati dopo il terremoto di giovedì, di 6,5 gradi sulla scala Richter, e la scossa di venerdì, il cui epicentro è stato calcolato nella stessa zona – tra Kumamoto e la prefettura di Oita – questa volta più forte, di 7,3 gradi Richter. Nel mezzo, e fino a ieri, 530 terremoti minori. I morti accertati sono 42, almeno 400 le case crollate, migliaia inagibili.

 

Centodiecimila sarebbero gli sfollati, aiutati da un esercito intero di militari, forze dell’ordine, pompieri, che il governo di Shinzo Abe ha inviato per organizzare la vita durante l’emergenza. Ieri il quotidiano Asahi spiegava che secondo i sismologi l’epicentro si sta spostando verso sud-ovest, e che nessuna zona è al sicuro visto che, dopo il primo sisma, la probabilità di un evento del grado 7,3 era considerata solo “fino allo 0,9 per cento”. Quello 0,9 per cento che si è poi verificato. Quando la scienza non può prevedere, e la tecnica può aiutare ma non arrestare un evento catastrofico, allora non resta che la preparazione, la risposta efficace, tempestiva. Per una tragica casualità, mentre il Giappone combatteva con la calamità naturale – che ricorda le immagini successive all’11 marzo di cinque anni fa, quando il sisma colpì il Tohoku – anche l’Ecuador è stato colpito da un terremoto di 7,8 gradi sulla scala Richter, soltanto 0,3 gradi in più rispetto alla seconda scossa in Giappone di venerdì. Nel paese guidato da Rafael Correa i morti sono almeno 350. E’ il peggiore sisma degli ultimi quarant’anni.

 

Sono due terremoti molto diversi, quello del Giappone e quello dell’Ecuador. Ha spiegato ieri il New York Times che non hanno alcuna relazione – come invece alcuna stampa ha lasciato intendere: anche geologicamente si tratta di movimenti diversi. Appunto, le vittime. La differenza tra le catastrofi forse risiede lì, nella cultura della reazione, nella resilienza. Un paese preparato culturalmente e socialmente non teme il disastro ambientale, la natura che si manifesta, ma usa la scienza e il progresso per trovare metodi e soluzioni. La discussione sull’energia nucleare che si è aperta in Giappone dopo il terremoto del 2011 e il disastro di Fukushima aveva le sue ragioni: la catastrofe si verificò perché non era stata messa in sicurezza la centrale, perché l’uomo non aveva applicato la scienza e la tecnica di cui era capace (da notare, però, che l’unica centrale atomica ancora attiva nel Sol levante, a cinque anni da quel sisma, è a un centinaio di chilometri da Kumamoto, l’epicentro del terremoto dei giorni scorsi).  In Italia, di solito, in questi casi si usano le commissioni d’inchiesta, i tribunali. A volte i referendum. Tutto, tranne che la scienza.

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