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La fortezza America di Trump per sconfiggere il “casino totale” di Bruxelles

Più muri, meno Nato. Indagine su un revival isolazionista che attinge nel fondo della coscienza americana

25 Marzo 2016 alle 11:07

La fortezza America di Trump per sconfiggere il “casino totale” di Bruxelles

Canditato alla presidenza americana, Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Bruxelles era “una delle città più belle e più sicure al mondo, ora è una città catastrofica”, un “disastro”, è “molto pericolosa”, un “horror show”, era “un campo armato anche prima degli attacchi”, è un “luogo in declino da decenni”. Infine, il trumpismo par excellence: Bruxelles è “a total mess”, un casino totale. Donald Trump esibisce gli attacchi dello Stato islamico in Belgio come prova della bontà del suo isolazionismo militarizzato, fatto di muri, waterboarding e dito medio esibito alla convenzione di Ginevra, una forma di ripiegamento entro i confini nazionali all’insegna di più stato e meno Nato, l’alleanza che “ci costa una fortuna”, mentre i paesi europei non sono in grado di gestire confini e sicurezza. “La Nato è obsoleta e deve essere riformata per concentrarsi sul terrorismo, oltre alle altre cose su cui è già concentrata”, ha scritto il candidato su Twitter, nel solito stile arrabbiato e generico. Nell’ottica di Trump, i fatti di Bruxelles sono il prodotto del radicalismo islamico coltivato e sponsorizzato da un internazionalismo debole e multiculturale, un’idea ingenua di società aperta e schengenista in cui si fanno i capricci sui nuovi diritti mentre si nutrono sacche di radicalismo islamico nei quartieri periferici delle grandi città, spesso a spese del contribuente. Il ragionamento è: il Belgio è un disastro perché ha speso soldi ed energie a pagare politici “all talk, no action” dell’Unione europea invece di costruire muri per fermare la proliferazione islamica di Molenbeek. C’è una dimensione strettamente elettorale nell’equazione isolazionista di Trump.

 

I sondaggi, stella polare della sua navigazione, dicono che gli attentati di Parigi e la strage di San Bernardino, in California, hanno accresciuto la sua popolarità. In quelle occasioni ha approfittato dello sdegno e della paura per lanciare alcune delle sue idee più iconiche, dalla chiusura delle frontiere per i musulmani al temporaneo spegnimento di internet. Bruxelles ha offerto il destro per proporre un pattugliamento intensificato dei quartieri musulmani, proposta condivisa con l’avversario Ted Cruz, prima che i due finissero in una querelle da trivio sulla bellezza delle rispettive mogli. “Dobbiamo essere molto attenti negli Stati Uniti. Dobbiamo vigilare molto, molto attentamente su chi facciamo entrare in questo paese”, ha detto Trump, calcando la mano sul tema centrale dell’immigrazione dopo che per diversi giorni, anche prima degli attacchi di Bruxelles, aveva insistito sulla debolezza delle istituzioni sopranazionali. Come spesso accade per Trump, la dimensione immediata, istintiva delle sue prese di posizione sui temi di giornata rivela qualcosa della sua filosofia politica, corpus inafferrabile di idee contraddittorie ma che di certo postula il ritiro degli Stati Uniti dagli affari del mondo per dedicarsi a un’attività da intendersi soltanto in senso domestico: “Make America Great Again”.

 

Christopher Nichols, storico della Oregon State University, propone una definizione più specifica del trumpismo: “Protezionismo populista-isolazionista”, dove la protezione è l’elemento centrale: “L’idea della protezione è cruciale e ambivalente: si applica all’economia, con l’imposizione dei dazi sulle merci straniere per proteggere i posti di lavoro, ma anche alla sicurezza nazionale, dove la chiusura delle frontiere è una misura che colpisce l’immaginazione di un elettorato che chiede protezione”, spiega Nichols al Foglio. Gli elettori repubblicani del sud vedono il confine con il Messico come portale d’accesso di lavoratori che minacciano l’economia americana quanto di cellule dello Stato islamico. Jihad, cartelli dei narcos e manodopera a basso costo si fondono in un unico, minaccioso nemico. Il protezionismo di Trump è “populista” perché “ha come obiettivo l’ethos della working class, la classe più a rischio, ed è un sentimento del Midwest e del Southwest”; è isolazionista perché “rifiuta essenzialmente l’idea dell’eccezionalismo americano: l’America, secondo questa concezione, non ha il compito universalista di informare la coscienza del mondo, ma soltanto di dirigere se stessa”.

 

Il professore è uno specialista delle idee isolazioniste nella storia americana: nel suo “Promise and Peril: America at the Dawn of a Global Age” analizza l’atteggiamento ambivalente del paese all’inizio del processo di globalizzazione, mentre il testo a cui sta lavorando ora, “Republican Revival”, studia la postura degli Stati Uniti di fronte agli atteggiamenti anti imperialisti dell’ultimo secolo. Per Nichols l’ideologia incarnata da Trump non è che una vena antica che riaffiora in superficie: “I repubblicani prima della Seconda guerra mondiale dicevano cose molto simili a quelle di Trump. Il riferimento più citato è William Howard Taft, ma io penso più che altro a figure come William Borah, senatore progressista e isolazionista dell’Idaho che era convinto che avrebbe potuto negoziare con Hitler”.

 

Il disimpegno di Obama ha aperto la porta

 

L’idea di una “fortezza America”, protetta geograficamente da due oceani e autosufficiente in economia, pesca in un bacino profondissimo nella coscienza americana: “Soltanto con la Guerra fredda e poi con Reagan i repubblicani hanno abbracciato il paradigma internazionalista cresciuto in ambito liberal, e anche all’interno di quello schema c’era un’ambivalenza di fondo: l’America era la ‘shining city upon a hill’ che brillava per tutte le nazioni, come Reagan ha ripetuto per tutta la vita, ma bastava l’esempio o la luce andava attivamente portata, esportata in tutto il globo? Il punto di vista neoconservatore a un certo punto ha avuto la meglio, ma io trovo che sotto la cenere l’isolazionismo sia sempre rimasta una delle pulsioni dominanti del paese, specialmente di quella parte lontana dalle élite costiere”, dice Nichols. Trump ragiona in termini di rapporti bilaterali, rifiuta la prospettiva multilaterale e internazionalista, rigettando senza troppe distinzioni il Nafta, il Ttp, il pivot asiatico, la Nato, l’Unione europea, la Società delle Nazioni, il piano Marshall, il Nuovo Ordine Mondiale e tutto ciò che fa scomparire i muri e le barriere del vecchio ordine basato su nazioni e confini. Apprezza invece il realismo militarizzato di un Vladimir Putin, lo stesso leader che sul New York Times aveva messo in guardia l’America dal concepirsi come eccezionale, affermazione perfettamente in linea con quelle formulate da generazioni di conservatori della “Old Right”. Scriveva l’intellettuale paleoconservatore Thomas Fleming: “Se amo il mio paese perché è mio, devo essergli fedele anche quando sono in disaccordo con le sue scelte politiche, ma non lo ritengo necessariamente superiore agli altri paesi, e posso non avere alcuna inclinazione nel dire che gli altri paesi devono assomigliare al mio”. Nella dialettica fra una visione globale (i critici direbbero “imperiale”) e nazionale dell’America, Trump fa una scelta chiara, e lo sfilacciarsi europeo di fronte al terrorismo viene portato a sostegno della sua tesi.

 

Il messaggio isolazionista ha un certo appeal in quello che è pur sempre il paese in cui il 60 per cento della popolazione non ha il passaporto ed è interessata in minima parta a ciò che succede fuori dai confini. I sondaggi Pew dagli Sessanta domandano se gli americani pensano che il paese dovrebbe “farsi gli affari suoi”, e mai come ora il dato depone a favore dell’isolamento internazionale. Si dirà che è una reazione agli interventi militari della Guerra al terrore combinata con la stagnazione economica. Ma per Nichols non è soltanto questo: “Esiste una volontà di ricostruire la grandezza del progetto americano innanzitutto ai propri occhi. Già Washington e Jefferson, agli albori dell’esperimento democratico, mettevano in guardia da un coinvolgimento eccessivo negli affari internazionali, suggerendo che la vocazione principale del paese era negli affari interni”, spiega. Trump interpreta con una forma di “crasso realismo” quei sentimenti e “l’insistenza sulla ricostruzione dell’esercito va in questo senso: il militarismo non è sempre andato a braccetto con l’avventurismo, ma è storicamente un punto caro agli isolazionisti”. Ma se il messaggio isolazionista di Trump risuona in questo frangente storico nella coscienza americana è anche perché qualcuno ha preparato il terreno: “Obama ha una visione internazionalista, lo si vede bene, ad esempio, nell’insistenza sui trattati di libero scambio, ma il suo pragmatismo lo ha portato a limitare l’impegno dell’America nel mondo a livello militare e politico. In questo senso è possibile inquadrarlo come un presidente ‘di transizione’ fra un modello internazionalista e uno isolazionista”. Trump è entrato sulla scena politico con un nuovo (in realtà vecchissimo) paradigma, ma qualcuno gli ha aperto la porta.

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