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La fuga di Salah per la vita: quando l’ideologia serve a coprire il disagio della menzogna

Che senso ha il tentativo di Abdeslam Salah di scappare, di evitare l'arresto quand'era ormai accerchiato? Cosa voleva fare? In una situazione simile, chi può credere a una cosa così assurda? Eppure nessun uomo può fare un gesto senza senso. E' la vittoria dell'imperativo della vita sull'ideologia di morte propria dell'integralismo.

24 Marzo 2016 alle 17:45

La fuga di Salah per la vita: quando l’ideologia serve a coprire il disagio della menzogna

Salah Abdeslam, da mesi ricercato per le stragi di Parigi di novembre, è stato arrestato la scorsa settimana (LaPresse)

Le immagini della cattura di Salah Abdeslam possono svelare il cuore vero del conflitto in atto. Guardate le sequenze: apparentemente tutto sembra normale. Si tratta di un uomo che tenta di scappare ed è fermato. Che c’è di strano? Forse è capitato anche a noi di veder catturare un ladro al supermercato, uno scippatore per strada, un “topo” d’appartamento.
Ecco: qui la stonatura. Sembra la stessa scena, quella di un poveretto che si sente braccato e che cerca una via di fuga. Che c’è di strano? C’è di strano che quest’uomo non ha rubato una borsetta, ma è direttamente o indirettamente responsabile dell’uccisione spietata di circa 200 persone. C’è di strano che i suoi amici sono morti in azioni terroristiche e una donna del suo gruppo, a novembre, a Saint Denis, nella stessa situazione, si è fatta saltare in aria dopo aver tentato di portare con sé il più alto numero di teste di cuoio francesi possibile. C’è di strano che fuori da quel portone, banale e stretto, si era appostata una decina di tiratori scelti, armati fino ai denti, con tanto di cane/telecamera e cecchini sui tetti. C’è di strano che Salah esce da quella porta stretta senza armi, si fa spazio tra i militari e inizia a correre di spalle, disarmato, felpa bianca e cappuccio sulla testa, come un impiegato in ritardo per il jogging giornaliero.

 

Che senso ha questo gesto surreale? Cosa voleva fare? Pensava di riuscire a scappare? In una situazione simile, chi può credere a una cosa così assurda? Eppure nessun uomo può fare un gesto senza senso. Poteva attaccarsi dietro la felpa un cartello: “Sparatemi alle spalle, uccidetemi voi. Perché non ho il coraggio del martirio. Almeno sia colpa vostra. Perché non so più con chi stare, né di qua né di là. Fatelo voi, in modo che io sia innocente”. D’altra parte, questo è il senso di ciò che poi ha effettivamente dichiarato: "Sono contento che sia finita. Non ne potevo più". Ma come poteva finire lo strazio irriducibile di chi ha dato l’esistenza per un’ideologia di morte e si sente costretto (dalla vita stessa) a desiderare la vita? C’è un sano e terribile conflitto in quel goffo tentativo di fuga, il conflitto di chi non riesce a dire, come invece hanno fatto tanti suoi colleghi: “Noi desideriamo la morte più di quanto voi desideriate vivere”.

 

E allora ci si trova a dover decidere chi tradire: l’ideologia di morte (e il suo apparato) o l’imperativo della vita? Facendosi sparare, Salah ha cercato di scaricare la responsabilità della scelta sui nemici: i suoi amici, invece, quelli bravi, gli “eroi”, lo hanno fatto scaricandola su quantità di stupefacenti capaci di trasformare un drogato in martire. Perché la vita, se lasciata vivere, vuole vivere. E quando sente odore di morte, intuisce che desidera tutt’altro: la droga dell’ideologia serve solo a coprire il disagio della menzogna.

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