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La battaglia culturale sul deal

La seconda mattina dopo la fine delle sanzioni gli iraniani stanno ancora festeggiando il trionfo della lunga maratona negoziale che restituisce al loro paese la reputazione di uno stato un po’ meno canaglia.

19 Gennaio 2016 alle 11:29

La battaglia culturale sul deal

Roma. La seconda mattina dopo la fine delle sanzioni gli iraniani stanno ancora festeggiando il trionfo della lunga maratona negoziale che restituisce al loro paese la reputazione di uno stato un po’ meno canaglia. Come sei mesi fa quando fu raggiunto il deal, i quotidiani riformisti esultano e quelli dei falchi minimizzano. Non si può non essere felici, ma la sensazione è la stessa di chi ha atteso il 25 dicembre tanto a lungo che, quando arriva, non sa più se credere o no a Babbo Natale. Si è felici di colonizzare la programmazione internazionale per una celebrazione piuttosto che per un’invettiva antisemita, felici mentre la borsa di Teheran sale (e quelle regionali si inabissano), felici quando dopo 544 giorni di prigionia viene liberato il reporter del Washington Post, Jason Rezaian e, assieme a lui, altri 4 ostaggi del regime, si è persino felici di ascoltare John Kerry riconoscere che Javad Zarif è un problem-solver, felici quasi come per la qualificazione dell’Iran ai Mondiali. Poi ti svegli e pensi cosa c’entrano con te quei 100 miliardi di dollari in più nelle mani di Hassan Rohani e ti chiedi: chi verrà a salvarti da una prigione iraniana senza lo scudo di un passaporto americano?

 

Domenica, in ritardo di svariati mesi, Rohani ha consegnato al Parlamento la sua legge di bilancio e poi si è rivolto agli iraniani con un discorso alla nazione. Con tono soddisfatto ma misurato per non urtare la suscettibilità dei falchi, ha descritto il deal come foriero di una svolta nei rapporti tra l’Iran e il resto del mondo, ha sottolineato che Teheran ha bisogno di investimenti stranieri dopo la lunga stagnazione e che l’obiettivo è quello di raggiungere un tasso di crescita dell’8 per cento, (da due decadi il sacro Graal dei tecnocrati iraniani), poi, con enfasi calcolata, ha scandito un ringraziamento all’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica islamica, senza il quale nulla sarebbe mai accaduto. Naturalmente, la parte più interessante per studiare l’umore del presidente iraniano è arrivata dopo, con la breve conferenza stampa. L’entità sionista è scontenta afferma un giornalista sollecitando un commento di Rohani. “Mi sarei sorpreso del contrario”, replica l’uomo del momento, accennando un mezzo sorriso canzonatorio dopo aver già schierato i guerrafondai americani, gli israeliani e i sauditi nell’esiguo e perdente campo degli scontenti del deal.

 

Qualcun altro evoca Riad offrendogli l’occasione per rimarcare il malanimo saudita: “Un loro rappresentante si è augurato che non venissero revocate le sanzioni”. Poi, forte del trionfo di Vienna, Rohani si è rivolto ai nemici interni. Il 26 febbraio gli iraniani saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Majlis, il Parlamento, e dell’Assemblea degli Esperti (un organo composto da 86 membri che elegge il leader supremo e ha un ruolo di supervisione sul suo operato), per Rohani sarà il primo test elettorale dopo le presidenziali del 2013 e non poteva presentarsi agli iraniani senza aver incassato la fine delle sanzioni. Sabato però è stato reso noto che più della metà dei candidati al Parlamento sono stati bocciati dal Consiglio dei Guardiani, una delle istituzioni più impenetrabili della Repubblica islamica incaricata di sondare l’eleggibilità dei deputati iraniani in base alla loro statura religiosa e morale e alla loro lealtà nei confronti dei valori khomeinisti. Gli esclusi sono al 90 per cento riformisti, alleati per convinzione o per mancanza di alternative allo schieramento pragmatico incarnato dal presidente e le bocciature erano prevedibili, ma non a questi livelli. I riformisti sono insorti. Nelle stesse ore in cui si moltiplicavano le indiscrezioni sulla liberazione dei prigionieri, la faccenda ha preso una piega misteriosa quando è scoppiato un giallo attorno a Nejatollah Ebrahimian, uno dei 12 membri del Consiglio facente funzione di portavoce che ha rassegnato le dimissioni, in modo del tutto inusitato per tempistica e modalità (quando il capo del Consiglio, l’ayatollah Jannati, le ha rifiutate, Ebrahimian ha risposto di non aver bisogno del suo consenso per compiere la propria scelta irrevocabile). Così il presidente che in passato aveva sostenuto la necessità di sottrarre l’arbitrio della selezione al Consiglio ha affondato la sua stoccata: “Sembra che abbiamo anche noi bisogno di colloqui con il 5 più 1”.

 

Sui quotidiani internazionali tiene banco il nuovo Iran dalle infinite opportunità, con qualche dubbio in più rispetto a qualche mese fa. ‘’Arrivare all’implementation day è più facile di quello che verrà dopo”, mette in guardia l’Economist in questi giorni, lo stesso Economist che l’anno scorso usciva con la copertina “The revolution is over”. Come ha spiegato Elham Hassanzadeh, la trentunenne descritta in un lungo profilo su Bloomberg come la nuova zarina degli idrocarburi iraniani, molti investitori non si fidano delle informazioni fornite da Teheran, nonostante la nuova stagione inaugurata dall’abile ministro del petrolio Bijan Zanganeh, coadiuvato da un gruppo di collaboratori giovani e cosmopoliti con l’atout di significative relazioni internazionali. Vogliono aspettare l’esito delle elezioni americane e soprattutto vogliono lumi sul destino di Rohani, ha detto Hassanzadeh.
La settimana appena trascorsa è stata molto intensa per il governo iraniano, deciso a restituire smalto all’“Iranian moment” vaticinato dalla stampa internazionale dopo mesi altalenanti in cui i trionfi della diplomazia del sorriso del ministro degli Esteri Javad Zarif sono stati oscurati tanto dall’attivismo saudita quanto dalle provocazioni dei pasdaran. Mentre in Iran, sedimentata l’emozione per il deal, è montata l’incertezza, all’estero, crisi dopo crisi – dall’affaire al Nimr in Arabia Saudita, ai test missilistici, sanzionati dal Tesoro americano domenica non appena gli ex prigionieri di Teheran hanno lasciato il suo spazio aereo – investitori e osservatori sono tornati a discettare su chi comandi davvero in Iran (“La controrivoluzione di Khamenei è in corso”, titolava a dicembre Foreign Policy) ed è un pessimo viatico per il boom economico che il presidente Hassan Rohani ha promesso agli iraniani.

 

I rapidi colpi di scena degli ultimi giorni, dal sequestro dei marinai americani sconfinati in acque iraniane e liberati dopo cinque telefonate tra John e Javad (Kerry e Zarif si danno del tu con grande scandalo dei conservatori) al buon esito della trattativa parallela al negoziato nucleare per la liberazione degli “ostaggi” iraniani-americani, ha rafforzato l’idea che il deal sia molto di più di una semplice transazione sulla querelle nucleare. Rohani, dicono i suoi estimatori, ha espugnato il fortino della magistratura e dei servizi di sicurezza, il presidente, attaccano invece i detrattori, è un uomo che non ha coraggio, manda avanti i suoi collaboratori, permette loro di controllare i dossier per assicurarsi lo spazio per disconoscerli in caso se ne presenti la necessità.

 

Di Rohani un tempo si sarebbe detto che è troppo moderato per i conservatori e troppo conservatore per i riformisti, ma nell’Iran post Ahmadinejad il realismo è moneta corrente e la sua cautela è stata assorbita come un obolo necessario. Con le sua tattica il presidente ha piegato i falchi e vinto dove hanno fallito tutti i suoi predecessori, ma se gli è riuscito è perché dietro i suoi successi c’era Khamenei, che non è felice della piega che hanno preso gli eventi, ma la asseconda perché è l’unica via che gli rimane.

 

Il leader supremo è un uomo molto più solo del suo presidente ed è tirato da una parte e dall’altra da forze opposte di cui ha un disperato bisogno. Se Rohani non è il Jefferson iraniano che la targhetta di “moderato” avrebbe dovuto garantire, Khamenei non è sicuramente il Mao Zedong iraniano e tutto sogna per la sua legacy tranne che passare allo storia come colui che ha aperto i cancelli e steso tappeti preziosi per gli occidentali, e tuttavia, senza i loro peccaminosi capitali il regime rischia di affondare. Dall’altra parte cosa ne sarebbe di Khamenei senza l’infrastruttura della paura governata da falchi, bassiji e da una pletora di agenzie, ramificazioni ed interessi spesso sconosciuti anche ai più consumati insider?

 

[**Video_box_2**]Su questo filo si muove Rohani ed è un filo davvero molto sottile. “L’Iran è la tomba delle previsioni. Appena pensi di averlo capito arriva una curva che ti butta fuori strada” ha scritto Elaine Sciolino, veterana del New York Times in un bellissimo libro pubblicato più di dieci anni fa. Nessuno sa se Khamenei vincerà la sua scommessa, a breve termine è possibile che tenti di ricalibrare gli schieramenti permettendo agli ultrà conservatori di gridare al mondo (e agli iraniani soprattutto) che nulla è cambiato a suon di arresti e ulteriori provocazioni.

 

Interrogato sul futuro delle relazioni con Teheran, l’altro ieri Kerry ha risposto “who knows?”. Sarebbe bello se ogni tanto riuscissimo a dire qualcosa in più di un “chissà” sul destino dei tanti iraniani che languono a Evin con il loro passaporto iraniano, perché l’Iran attraente di Zarif, l’Iran vincente di Rohani rimane ancora quello in cui, come ha scritto l’analista della Brookings Institution Suzanne Maloney nel 2014: “Se vogliono prenderti possono farlo in qualsiasi momento e non hanno bisogno di offrire spiegazioni”.

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