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Vien giù l’Afghanistan

Sei militari americani uccisi, assedio talebano nell’Helmand. Il vincolo “no combat” della Nato. L’immobilismo obamiano prende piede nella campagna elettorale. Con due eccezioni (e una speranza)

22 Dicembre 2015 alle 20:45

Vien giù l’Afghanistan

Foto LaPresse

Milano. Un attentatore suicida a bordo di una moto, un’esplosione, sei soldati americani uccisi. Lunedì, nei pressi della base americana di Bagram, in Afghanistan, i talebani hanno colpito una pattuglia di soldati della Nato e dell’esercito afghano, che stava perlustrando una zona vicina alla base: prima di questo attacco, in tutto questo 2015 di transizione – avrebbe dovuto essere l’anno del ritiro, l’Amministrazione Obama ha deciso invece di lasciare 9.800 soldati almeno per il 2016: le cose non andavano e non vanno bene – erano stati uccisi quindici militari stranieri. Per questo i talebani hanno rivendicato e festeggiato un attacco tanto mortifero, in un momento in cui la loro strategia prevede di ingaggiare tante piccole e continue battaglie con le forze occidentali, soprattutto nel famigerato Helmand, dove qualche settimana fa gli americani hanno inviato un gruppo di forze speciali – in gran segreto, perché formalmente oggi le uniche funzioni previste dal Pentagono per i militari americani sono la formazione dei soldati afghani e l’assistenza in battaglia, il ruolo combat è stato sospeso un anno esatto fa. A Sangin, che è considerata la “tomba degli inglesi” perché dei 456 soldati di Sua Maestà uccisi in Afghanistan dall’inizio della guerra più di un quarto è caduto qui, i talebani hanno preso il controllo di alcuni palazzi governativi e del bazaar, secondo il Times 60 truppe speciali americane e almeno 30 soldati del Sas stanno aiutando l’esercito afghano per fermare l’offensiva talebana: sono previsti anche bombardamenti della Nato, mentre tutti si chiedono se abbia ancora senso escludere le regole di ingaggio “combat”.

 

Da ieri nel Regno Unito si discute di rilanciare la missione in Afghanistan ma molti ribattono: non possiamo permetterci troppi fronti aperti, o i talebani o lo Stato islamico. A parte che il gruppo di al Baghdadi è insediato nel paese da tempo – tutte le sere alle 6, nell’est dell’Afghanistan, la Radio del Califfato inizia le sue trasmissioni con “l’inferno dà il benvenuto a cospiratori e infedeli” – il fronte è sempre lo stesso, è unico e in espansione. Quando Barack Obama ha annunciato che le truppe sarebbero rimaste in Afghanistan, ha anche detto di non voler accettare l’idea di “una guerra permanente”, ma questa sua presunzione si sta scontrando con la realtà. La guerra al terrorismo è “endless”, e anzi l’incapacità di considerarla lunga e globale ha contribuito a renderla infinita. Come ha scritto Richard Cohen sul Washington Post, l’inerzia obamiana svelata soprattutto in Siria non è solitaria. Ted Cruz, candidato alle primarie repubblicane, ha lanciato una politica estera “American First” (era lo slogan di un gruppo isolazionista famoso negli anni 40, quando in Europa montava il nazismo), sottolineando che l’Amministrazione Obama ha voluto destituire Gheddafi in Libia “per promuovere la democrazia” – detto con disprezzo, s’intende. Fanno eco a Cruz Donald Trump, per il quale non è compito dell’America ribaltare i dittatori, e il candidato democratico Bernie Sanders. Complice l’immobilismo obamiano, il realismo è predominante, e come scrive Gerald F. Seib sul Wall Street Journal “spacca entrambi i partiti”. Si distinguono le posizioni di Hillary Clinton tra i democratici e di Marco Rubio tra i repubblicani. L’ex segretario di stato dice che il regime change a volte è necessario e che promuovere la democrazia è una priorità. Rubio vola alto  con l’eccezionalismo americano e l’urgenza di una politica estera interventista. Da questa parte del mondo, che dipende dall’assistenza americana, c’è da sperare che la sfida presidenziale sia tra questi due politici, e che Obama non mantenga la promessa fatta anni fa: alla fine del mio mandato ci saranno al massimo mille soldati americani in Afghanistan.

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